Intervento a Roma (Suspense) per




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Vi è qualche particolare, Holmes, sul quale desidera attirare la mia atten­zione?

- Si, l'incidente curioso del cane, di notte.

- Ma il cane non ha fatto niente quella notte.

Questo, appunto, è l'incidente curioso”5.

Così è per il poliziesco a scuola, attaccavamo nel saggio, denunciando il segno enigmatico e pur esplicito di una incredibile mancanza

“Il fatto che non compaia, ad esempio, nei programmi della scuola media, dove pure è presente un cenno alla letteratura di fantascienza, è realmente un incidente curioso.

All'indagine su questo piccolo mistero erano dedicate le pagine del saggio.6

Tra l’altro una parte di quel piccolo mistero, a seguito di indagini burocratiche l’abbiamo svelato.

Accanto alla fantascienza in origine era citato il romanzo poliziesco, ma , le solite voci ben informate ci hanno rivelato che,

Continuando una tradizione che risale ad una circolare del Minculpop che vietava i gialli a scuola, la senatrice Falcucci, che qualcuno di voi ricorderà, cancellò di suo pugno il giallo dal programma della scuola media, tanto che la frase ne rimase, in qualche modo zoppicante.

Su questo non siamo pronti ad affrontare un processo, abbiamo solo la testimonianza di un ispettore oggi in pensione.


Chi è Cecilia?

I lettori si fermano spesso su dati irrilevanti. Ancha a scuola ci dicevano chi era la Silvia di Leopardi, come se questo potesse significare qualcosa per capire A Silvia!

Le risposte sono diverse

1-Madame Bovary sono io eccetera.

2-Il lettore sa di Cecilia tutto quel che c’è da sapere. Il resto, se non trapela letterariamente non serve

4- Però, nel libro ho trattato con benevolenza queste curiosità

L'intreccio di rimandi tra una storia e l'altra e i diversi livelli di ‘realtà’ potrebbero però aver legittimato in chi legge il (colpevole) desiderio di saperne di più su Cecilia e il dottore, dopo il libro, fuori dal libro. Un desiderio che è colpevole solo se si accettano i vecchi pregiudizi sulla ‘realtà'.

L'universo di qualsiasi romanzo, invece, non finisce con la parola fine del testo ma si estende indefinitamente. La stessa lettura è una dilatazione della vita e il legame sublime che i lettori costruiscono tra il mondo dei libri e quello delle librerie, da sempre sfruttato commercialmente ma anche deriso, qui sarà perdonato e assecondato.

Cecilia allora è un’ipostasi, si compone di molte donne che ho conosciuto e di molte storie di cui son stato testimone o che mi hanno narrato o che ho letto e così via.

Guardate, parliamo di un altro personaggio, il commissario Novarese, Alberto Novarese qualcuno lo conosceva e l’ha trovato somigliante, eccezionalmente somigliante, qualcuno che non lo conosceva l’ha trovato un personaggio indimenticabile.

I personaggi e le storie possono essere tratti dall’esperienza, ma quello che conta è se l’autore è riuscito, fotografando o inventando o facendo l’uno e l’altro, a farne fiction, letteratura, a renderlo trasferibile ed a colpire il lettore.

Tanti mi dicono La mia vita è un romanzo, mi fanno leggere testi…vite complesse, interessanti, a volte commoventi, ma non basta la materia, dev’essere trattata letterariamente…

5-L’ultima risposta è che Cecilia somiglia a Liv Ullmann e che io ho avuto molto tempo fa una storia con questa grande, magnifica attrice, attrice. Ho le prove, una immagine che ci riprende in un atteggiamento affettuoso! E qui è il momento di mostrarla.
Poteva essere scritto in un’altra città P U Cecilia?

Il tema della topografia dei delitti di carta fa emergere una caratteristica fondamentale del giallo italiano.

Il giallo, in Italia, è stato ed è caratterizzato, almeno da Scerbanenco in poi da una forte localizzazione, è un giallo “domiciliato”.

Nego che sia un semplice espediente tassonomico o una esigenza tecnica di ordinare gli interventi da parte degli organizzatori..

PERCHE’ IL GIALLO IN ITALIA E’ COSI’ FORTEMENTE LOCALIZZATO?

Il Mystfest, maliziosamente direi, ci ha chiesto per iscritto se non sia un modo di giocare in casa, di sentirsi più sicuri, su un terreno facile perché conosciuto... ma questo, mi pare, non spiegherebbe l’universalità del fenomeno che tra ieri e oggi qui tocchiamo con mano e tantomeno gli esiti letterari che ne vengono.

Tra l’altro Carmen Iarrera e Danila Comastri Montanari hanno rilevato che si tratterebbe di una sicurezza ingannevole. Meglio una città sconosciuta: più la gente crede di conoscere una città più è difficile parlargliene con un minimo di originalità o anche, solamente, senza essere banali e le domiciliazioni dei giallisti italiani non sembrano proprio, salvo qualche eccezione, banali.

Perché allora ci rendiamo il lavoro difficile?

A parte anche qui qualche eccezione, le città nei polizieschi classici sono poco più che fondali intercambiabili per lo sviluppo della trama. Siamo noi che ci facciamo coinvolgere dall’esotismo dello smog londinese, della brughiera di Holmes e dei grattacieli americani di Philo Vance per dare stimolo nostra alla fantasia: Poirot mi sembra un caso emblematico, si muove, come del resto farà poi James Bond, davanti fondali turistici e tra scene di maniera, in Egitto, in Grecia o nel Labirinto del Latemar.

Con i maestri dell’hard-boiled school e con Woolrich la città viene sì in evidenza ma nonostante tutto si tratta ancora una cosa diversa. La città è una jungla, il teatro del crimine - organizzato o no - con Woolrich, - come rileva, nel catalogo, Rigosi - “diventa una sorta di incubo tentacolare, organismo vivente mostruoso”.

Ma è cosa diversa dalle città del giallo italiano - è la città moderna l’archetipo della pericolosa città moderna - ma non quella città come dire che è Milano, ma non la Milano di Scerbanenco, diversa da quella di Olivieri e di Pinketts; è Roma, ma non la Roma di Felisatti e Pittorru è diversa da quella di Moretti o di Carmen Iarrera, o di Augias o di Enzo Russo. Non parliamo di Gadda.

Non voglio dire con questo che da questo punto di vista i giallisti italiani sono più bravi, che attingono alla letteratura tout court più spesso di altri, (che rimangono a livello di magari alta e ricca artigianalità) non lo dico e non perché sotto sotto non lo pensi. Da petroniano non voglio mai, nemmeno alla lontana, dar adito ad ulteriori ghettizzazioni del genere poliziesco, classificazione questa sì, tassonomica e non assiologica (come dico abbastanza spesso per tappare la bocca a certi critici)

Bravura o meno, il punto non è questo momentaneamente avrei trovato un’altra spiegazione o meglio un’altra ipotesi: secondo me nel giallo italiano la città non serve solo per fondale spazio-temporale , non è solo un topos necessario, accanto ai personaggi della vittima, del colpevole e dell’investigatore da noi, nel giallo italiano, perché la città è uno dei personaggi. Ed è uno dei personaggi che più svelano, smascherano l’autore.

La Roma di Calcerano e Fiori, insomma rappresenterebbe la coppia letteraria Calcerano e Fiori più dei loro commissari e investigatori.

Questo non l’abbiamo capito studiando narratologia.

Il primo spunto ce l’ha dato un critico, Loris Rambelli, lo storico del giallo italiano che ci ha fatto notare i nostri frequenti passaggi nella città ctonia, a Roma .

Città ctonia. Siamo andati a guardare la parola sul vocabolario. La città sotterranea, per quei tre che, in sala, Pinketts compreso, non lo sanno. Ed era vero.

Ora ce lo mettiamo, per non scontentare o, peggio osar smentire Rambelli, un episodio nelle fognature o nei cunicoli della metropolitana - ma prima, senza intenzionalità (sarà stato Verne, Freud o meglio ancora Sussi e Biribissi) le gite nella città ctonia le mettevamo sempre senza rendercene conto, perché quella Roma era dentro di noi.

Vedete una città è come un organismo particolarmente complesso dalle infinite sfaccettature. E ci sono le foglie dei platani di Olivieri e la marea inquietante di Pinketts, che per l’appunto solo lui, vede, cara Volpatti. .

Trascegliere aspetti particolari, fermare l’attenzione su una dimensione piuttosto che su un’altra, su una componente speciale, mentre tante se ne sorvolano, vuol dire disegnare una città costruirla - inventarsela come i colleghi della F.S. fanno coi pianeti e le diverse società che li colonizzano.

Certo i giallisti italiani hanno dietro una storia e una geografia che pochi possono vantare e sono radicati nelle loro città e province perché sono radicati nella loro cultura di provenienza. Altrettanto certamente, in Italia, esistono ancora culture e capitali in numero che altrove sembra spropositato. Questo ci spiega, in parte, tanta ricchezza.

Ma poteva essere solo ricchezza di sfondi, colore e niente di più.

Il fatto è che mi sembra che i giallisti italiani si manifestino certo in tutti i loro personaggi ma più di tutto nel personaggio muto della loro città. Condizionati da S.S.Van Dine e dagli esempi di scrittura dei classici, ma ancor di più malati come siamo di Hammett ed Hemingway le città nessuno perde tempo a descriverle, tanto per far vedere che sa tenere la penna in mano. Niente descrizioni, certo. Banditi i brani di prosa lirica, le città e le culture di ciascuno sono lasciate trapelare per il lettore da indizi - tracce - particolari - personaggi minori - particolari secondari, spie, segni.

Come nella serendipità il lettore è chiamato a raccogliere tutto ed arrivare ad una soluzione che è l’epifania della città di quell’autore - intendiamoci - ricostruita però anche sulle presupposizioni enciclopediche, le conoscenze di cui il lettore è in possesso. Per questo, tra l’altro, i giallisti romani faticano molto a costruire la loro Roma. Roma tutti credono di conoscerla alla perfezione ed è difficile sostituire il pregiudizio del lettore con la città-personaggio che disegnamo -leggiamo-critichiamo-odiamo e amiamo, perché in quasi tutti per questo personaggio c’è odio e amore. A quest’ultimo proposito cito solo i tormentati rapporti di Machiavelli con Bologna. Ma Loriano, il nostro maestro, un personaggio, il sergente Sarti Antonio, ha provato perfino a farlo morire! E’ già andata bene che non abbia fatto distruggere Bologna da un terremoto.

Come mai c’è un rapporto speciale tra giallista e lettore in Per uccidere Cecilia

La "serietà" dello scrittore cominciò dai primi del Novecento a rapportarsi alla correttezza del suo rapporto col lettore nella proposizione dei dati dell'enigma ,un rapporto che mai in letteratura aveva assunto una tale importanza ed una tale chiarezza.

Da un certo momento in poi, fino ad oggi, chi compra un giallo sa già, certamente, tutto quanto è necessario per capirlo, per le letture precedenti, per i film o i fumetti, in genere padroneggia le convenzioni e i trucchi del mestiere dei giallisti.

Questo non cominciò solo a causa della grande diffusione dei gialli ed al loro successo editoriale: era insieme causa ed effetto della codificazione esplicita dei'comandamenti' e delle "ricette" del genere.

La diffusione generalizzata delle regole per scrivere un giallo contribuì a costruire un particolare nuovo tipo di lettore,un lettore "competente",come tale in competizione con l'autore, incredulo, sospettoso, atten­tissimo ai particolari.

Sempre più l'appassionato lettore competente doveva ingaggiare una partita, prima paragonata al gioco degli scacchi (o meglio ad un problema di scacchi) e ora meglio avvicinabile ad un libro-game.

In comune col libro-game c'è la tirannide narrativa dell'autore, quella del giallista è la stessa del master o del testo del libro-game.

Non a caso i romanzi polizieschi sono stati spesso letti, e si leggono ancora, in maniera tutta speciale, simile proprio a come si sfoglia e si opera attivamente nei libro-game, con improvvisi " ritorni" alle pagine prece­denti, per controllare un dato informativo o una testimonianza e addirittura con balzi in avanti verso il finale, quando la curiosità si fa per alcuni insostenibile.

Nei polizieschi classici a ben vedere si arriva a prefigurare una specie di contratto, un vero e proprio patto tra autore e lettore. Il lettore potrà giocare a fare l'investigatore, a risalire la catena degli indizi che lo scrittore ha puntualmente prefabbricato, perchè anche il lettore è previsto ed in qualche modo inserito nel disegno del libro, ed anzi ne è elemento essenziale.

Emerge nei gialli meglio che in qualsiasi altra forma narrativa quel "lettore implicito", che Umberto Eco chiama "lettore modello", che sarebbe quello che ogni autore, di qualsiasi testo, ha presente quando scrive.Il lettore a cui si rivolge.

Il lettore nei gialli non è semplice spettatore, partecipa, anche se d'una partecipazione non emotiva ma razionale.

Fu Brecht, forse ad accorgersene per primo, il romanzo poliziesco classico ha come argomento principale il pensiero logico ed esige che il lettore ragioni logicamente.

Ogni lettore è un po' Watson e deve seguire Holmes nel procedimento investigativo,nel procedimento mentale.

Non è chiamato davvero ad imitarli, intendiamoci, poichè tra le congerie delle tracce e degli indizi di fronte ad un vero detective e le informazioni nascoste tra i

risvolti della narrazione, che il lettore deve identificare, non c'è vera corrispondenza.

Per molti non c'era niente di più stimolante del tentar di risolvere problemi apparentemente inso­lubili,coniugando forzatamente logica e immaginazione in un gioco teso ad inventare l'impossibile, dove il confronto è, oltre che con i dati imposti come veri dall'autore, con l'autore stesso.

Certo, con Agatha Christie molto di rado potrà venire ricostruita,anche se in larga approssimazione, la storia pensata dall'autrice ma questo non dipende dalla sua pretesa slealtà quanto dalla sua genialità.Del resto con buona pace di tutti quelli che hanno scritto le regole del giallo tutti gli autori si sono solo sforzati di barare con eleganza.


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Perché in P U Cecilia ha una importanza particolare la trama e della sorpresa finale?

Il giallo classico secondo una famosa definizione, è "la storia di un conflitto fra un criminale è un investigatore, nel quale il criminale per mezzo di qualche astuto trucco (alibi, personalissimo modo di commettere il delitto, o quel che volete) riesce a non farsi accusare e neppure sospettare finché l'investigatore nonn rivela la sua identità sulla base di indizi dei quali il lettore è stato debitamente informato."(J.Dickson Carr,Il più splendido gioco del mondo, ne La porta sull'abisso, 1986, Mondadori.)

Fin dalla sua nascita il giallo ha messo il plot, l'intreccio narrativo in primo piano e la trama, anche oggi, è considerata dagli appassionati più importante dei personaggi, dello stile e del livello letterario della scrittura.Un giallo è bello se ha una bella trama.

Dall'importanza della trama deriva un'altra caratteristica fondamentale del giallo, ben descritta da Umberto Eco: il valore grandissimo attribuito alla "trovata" conclusiva , la scoperta sorprendente dell'identità del colpevole o dell'ingegnoso sistema trovato per uccidere o per trovarsi un alibi.

Nel giallo scoprire il colpevole non basta, non fa parte di questo genere narrativo il resoconto (noioso) di lunghe ricerche, pedinamenti o interrogatori fino al momento in cui qualcuno confessa o identifica il colpevole da una fotografia.La "trovata", la sorpresa, è un altro elemento attorno a cui ruota tutta l'invenzione e la storia, nonostante un giallista dei tempi di Conan Doyle, Austin Freeman, abbia sostenuto che la "rigorosità della dimostrazione" ha un effetto artistico.

Nel film "Toto' e le donne" di Steno e Monicelli, uno dei più mortali affronti che il protagonista doveva subire dalla moglie (una tremenda Ave Ninchi) era la rivelazione dell'assassino del giallo che si disponeva a leggere prima di addormentarsi.

Nei gialli della camera chiusa la trovata è non tanto l'insospettabilità dell'assassino quanto il meccanismo usato, da lui, dallo scrittore, per commettere il delitto nella stanza impenetrabile.E' questo dunque che non si deve rivelare!

E' molto raro che un giallo-enigma viene letto due volte.Non dai lettori che hanno buona memoria.

Affermava Arthur Conan Doyle che la mediocrità non conosce nulla di superiore, ma il talento riconosce immediatamente il genio.

Per diversi anni, come giallista, mi è capitato di partecipare a giurie di premi letterari e, per cinque anni sono stato giurato fisso del premio “Un giallo a scuola” organizzato dal Comune di Ferrara, che esamina i racconti prodotti a scuola dagli studenti delle scuole medie e degli istituti superiori. (Per chi volesse giudicare dagli esiti, quel mio lavoro – “Ma chi sono poi questi giurati?”- mi espongo a consigliare la lettura di “Giallo a scuola”, a cura di Marisa Carlà, Palumbo, 1997, dove i primi classificati di cinque anni di concorso sono pubblicati.)

5-Il passo tra giallo e spy-story è abbastanza agevole. L’amico Macchiavelli, sotto falso nome (costretto immagino dall’illuminata editoria) è stato ai primi posti delle vendite con un libro sulla strage di Ustica.

Di recente con Fiori abbiamo scritto un’altra antologia, sulla spy story, stavolta.

Una Storia di Spie

E anche qui l’ipotesi è che il racconto di spionaggio possa aiutare i suoi lettori a capire cose che la controinformazione tenta di celare.

Il potere, il sistema istituzionale e para istituzionale che si occupa di intelligence in tutto il mondo è una forma di potere senza responsabilità, senza controlli.

La gente ne è spaventata forse troppo poco. Ci sono in giro persone con la licenza di uccidere, che in genere fanno da tribunale, giudice e boia.

A me queste cose che intravedo in norizie banali riportate dalla stasmpa, in tante storie di suicidi, improbabili storie di suicidi, fanno venire i crampi allo stomaco

Sono crampi di paura!

Voglio leggervi alcune frasi delle conclusioni di quell’antologia.

Noi, cittadini senza licenze e senza possibilità di trasgredire impunemente le norme nazionali e internazionali, siamo ora (e sempre più saremo) come passeggeri che, costretti a volare, senza alcun controllo sulla costruzione, la guida e la manutenzione di un aereo, hanno pagato il biglietto per un viaggio.

Ci siamo accomodati nella poltrona e poi, passato il momento del decollo, ci siamo disposti tranquillamente a far passare il tempo del viaggio. Fiduciosi nei piloti e nell’organizzazione sociale che ci dovrebbe proteggere.

Quel viaggio è la trasparente metafora della nostra vita in mezzo alle spy-story. In genere molte persone ne leggono una, tanto per passare il tempo durante i viaggi.

C’è solo da augurarsi che non ci capiti, a sorpresa, di viverne una reale. Che il Jumbo su cui viaggiamo non faccia, oltre al normale servizio civile, qualche “coperta” operazione di intelligence, non sia un aereo spia e non venga abbattuto dagli avversari, come quello abbattuto dai sovietici qualche anno fa.

O che, sopra Ustica magari, non ci capiti di finire in mezzo ad uno scontro a fuoco segretissimo, tanto segreto da non comparire da nessuna parte, sicché i nostri cari non potranno neanche avere la soddisfazione di sapere perché diavolo siamo morti.

O che non ci capiti di morire per un equivoco, al posto di qualcun altro o perché una certa mitraglietta ha la sventagliata troppo larga, come quella del Johnny Stecchino di Benigni e Cerami.

In questi casi il lettore di spy-story sarà forse meno sorpreso di quello che accade, la sua educazione lo avrebbe in parte preparato a morire con più consapevolezza di quello che gli succede.”

Mi rendo conto che sarebbe peraltro una ben magra consolazione. Ma il giallo a scuola e l’educazione alla lettura non può che servire a poco in questi casi, forse solo a creare un cittadino più informato e meno ingannabile.

Non sarebbe poco.
.

Il mistero, era quasi sempre una morte - evento di per sé misterioso - veniva svelato per mezzo dell'intelligenza più che del coraggio e dell’ardimento, come nei romanzi d’avventura, alla base c’era un'operazione intellettuale. Un procedimento mentale che ha ad oggetto non tanto il delitto, quanto il racconto di un delitto.

1 Album serale e Lanterna magica.

2 Alberto Savinio, Non conviene svelare il segreto degli etruschi, in Opere, Scritti dispersi, Bompiani, 1989, 1195. Stefano Zampieri stzampie@tin.it

3 G. Petronio, Il romanzo poliziesco, Bari, Laterza, 1985, 83.


4 su Scuola Democratica Il numero 1 del 1987, Marsilio Editore.


5 La citazione è tratta dal racconto “Silver Blaze” di Arthur Conan Doyle Calcerano & Fiori (a cura di) Uno Studio in giallo, la Nuova Italia, 1989(,v. anche Le memorie di Sherlock Holmes, Milano, Mondadori, 1960, 39.)


6 Poi Sergio Piccioni che alla Nuova Italia cercava di contemperare interessi commerciali, cultura e un pizzico di creatività, e con cui lavoravamo in una rivista di circolari e cose scolastiche, ci chiamò e ci chiese se potevamo mettere in pratica quanto predicavamo su Scuola Democratica.

Ne nacque, UNO STUDIO IN GIALLO, la prima antologia di racconti polizieschi pensata per la scuola . Ancor oggi Sulla videocassetta il giallo a scuola della Palumbo editore, se ne parla come di un testo fondamentale.Un Best seller.




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