Atti del Convegno storico internazionale




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ALESSANDRO GERALDINI

E IL SUO TEMPO

Atti del Convegno storico internazionale
Amelia, 19-20-21 novembre 1992


a cura di
ENRICO MENE5TÒ


a

CENTRO ITALIANO DI STUDI SULL’ALTO MEDIOEVO

SPOLETO


ISBN 88-7988-540-5

prima edizione: dicembre 1993


© Copyright 1993 by «Centro Italiano di studi sull’AJto Medioevo ». Spoleto and by « Centro per il collegamento degli studi medievali e umanistici in Um­bria », Spoleto.
Nel 1992, anno del V Centenario della scoperta dell’America, il Comi­tato Alessandro Geraldini, costituito da Comune di Amelia, Regione del­l’Umbria, Provincia di Terni, Diocesi di Terni Narni e Amelia, Azienda di Promozione Turistica dell’Amerino, ha realizzato una serie di iniziative culturali per la migliore conoscenza del ruolo svolto da mons. Alessandro Geraldini di Amelia, Primate della Chiesa Cattolica in America.

Dal 19 al 21 novembre si è tenuto in Amelia il Convegno Storico Internazionale «Alessandro Geraldini e il suo tempo» con la curatela scien­tifica di Enrico Menestò.

Gli atti stampati dal CISAM di Spoleto sono il risultato concreto di un vasto impegno scientifico attraverso il quale la figura di mons. Alessandro Geraldini ha trovato pieno riconoscimento all’importante ruolo svolto nella scoperta del Nuovo Mondo.


Indice


RELAZIONI

GABRIELLA AIRALDI, Le corti d’Europa tra XV e XVI Secolo…pag.5


MASSIMO MIGLIO, La curia papale tra XV e XVI se­colo.………pag.13


RITA CHIACCHELLA, L’Umbria e Amelia al tempo di Alessandro Geraldini …………………………………… pag. 27



MARIO SENSI, La famiglia Geraldini di Amelia………………..pag. 42.


FRANCO CARDINI, La via delle Indie tra immagina­rio e conoscenza alla fine del XV secolo…………………………………………pag. 67


ROBERTO M. TISNÉ5, Alessandro Geraldini e la dife­sa degli “Indios”

pag . 76
MAURO DONNINI, Alla scuola di Grifone di Amelia maestro di Alessandro Geraldini…………………………………………………pag. 95


MASSIMO OLDONI, Alessandro Geraldini scrittore…………….pag. 119

ANNAMARIA OLIVA, Alessandro Geraldini e la tradi­zione manoscritta dell’«Itinerarium ad regio­nes sub aequinoctiali plaga constitutas ». pag. 132

GIORGIO BRUGNOLI, Il nuovo mondo come locus amoenus in Alessandro Geraldini………………………………………………..pag. 158

ENRICO MENESTÒ, Fra Bernardino Monticastri e Cristoforo Colombo

pag. 166

ROBERTO RUSCONI, Escatologia e conversione al cri­stianesimo in Cristoforo Colombo e nei primi anni della colonizzazione europea nelle isole delle « Indie »………………………………………..pag. 176
TERESA CIRILLO SIRRI, Il vescovo Geraldini e la questione dei cannibali

pag. 216


LOUIS VEREECKE, Antropologia dell’« Indio » in Spagna nella prima metà del XVI secolo………………………………….pag. 243


GIOVANNA ARDESI, Alessandro Geraldini, il politico della crisi della chiesa………………………………………………..pag. 261


UMBERTO BARTOCCI, Colombo e Copernico Alle origini della scienza moderna…………………………………………….pag. 265


JOHN EASTON LAW, Alessandro Geraldini and the Tudor Court (1501-1518)………………………………………………..pag. 270

GABRIELLA AIRALDI

Le corti d’Europa tra XV e XVI secolo

1. «Così si avvicinarono l’uno all’altro e, quando furono vicini, spronarono i cavalli come fanno due cavalieri quando vogliono combattere con la spada; ognuno mise mano al pro­prio copricapo e così contemporaneamente si abbracciarono e baciarono molto delicatamente; poi scesero da cavallo e di nuovo si abbracciarono. Poi si presero sottobraccio per en­trare nel bel padiglione rivestito di drappi d’oro... ».

Agli albori dell’età moderna il medioevo non è morto. Tornei e giostre fanno da cornice al Campo del Drappo d’O­ro, all’incontro avvenuto il giorno del Corpus Domini 1520 tra Francesco I di Francia, che proviene dal villaggio di tende innalzato tra broccati d’oro e fiordalisi alle porte di Ardres ed Enrico VIII, che giunge dall’altrettanto dorata e provvisoria residenza di Guines, non lontano dall’ancor inglese Calais; due giovani re, che rappresentano soltanto nella loro persona la garanzia dell’esistenza di uno stato. Nella concezione do­minante e nella realtà del tempo è il principe, infatti, il pro­tagonista della scena europea. Saggio come un buon pater fa­milias nel difendere il suo popolo dalle pretese degli aristo­cratici, attento nel custodire le leggi, forte nel capitanare gli eserciti, giusto nell’amministrazione dei beni: così amano ve­derlo umanisti come Erasmo, intellettuali in cerca di prote­zione. E come un triumvirato di semidei appaiono i sovrani dipinti dal Castiglione nel suo Cortegiano: il « cristianis­simo» Francesco, Enrico Tudor « defensor fidei » e il « catto­lico» Carlo d’Asburgo, uomini che hanno in pugno i destini del mondo.

Una metamorfosi essenziale aveva segnato il quadro euro­peo nelle decadi precedenti e seguenti l’impresa colombiana: nel settore occidentale d’Europa erano emerse superpotenze destinate a ridimensionare o a cancellare le potenze dell’età medievale.

I primi a rendersene conto erano stati gli uomini d’affari italiani, genovesi e fiorentini soprattutto; ma tutte le compo­nenti della « repubblica internazionale del denaro » avevano colto al volo i caratteri del mutamento e avevano subito coordinato iniziative e capitali sulle istanze emergenti. Con­cluse le guerre nazionali, i grandi paesi occidentali si erano progressivamente rafforzati. Attraverso una modernizzazione del sistema, giocando tra borghesia e feudalità, le Corone tut­te tendevano all’accentramento dei poteri; accettavano con sempre maggior ampiezza il capitalismo e si appoggiavano alle innovazioni tecnologiche necessarie per potenziare eser­citi e flotte; rafforzavano gli intrecci diplomatici per consoli­dare antiche, troppo fragili alleanze matrimoniali. Infine, per­dute ormai le tradizionali vie delle spezie, abbandonata ogni idea di crociata mediterranea, lasciato libero spazio all’espan­sione turca, questi paesi si aprivano definitivamente, con le spedizioni atlantiche, all’idea d’un’Europa intesa soprattutto come « pars occidentis ».

Nel quadro di un’espansione che rivela un’illimitata ten­sione, la scoperta diventa elemento essenziale per ricomporre ancora una volta la fisionomia politica ed economica dell’Eu­ropa. Tocca, dunque, alle Corone occidentali esser protagoni­ste di operazioni che, spostando in termini reali e culturali il centro del mondo oltre il Mediterraneo, aprono in ogni senso l’età moderna.

Così il « topos anomoiotetos » di Platone diventa palestra per l’affermazione dei grandi stati emersi dal frazionamento medievale e l’Oceano prende spazio sempre maggiore nella cartografia, mentre s’afferma una cultura nuova, che è il ri­sultato dell’incontro di elementi convergenti: il portolano me­diterraneo e le tavole astronomiche, il diritto e gli usi marit­timi, la bussola e la caravella, l’assicurazione e i manuali di mercatura.
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2. « Il giorno della conversione di San Paolo, mio figlio fu unto e consacrato nella Chiesa di Reims; per questo sono molto grata e obbligata alla misericordia divina, dalla quale sono stata ampiamente ricompensata di tutte le avversità e gli inconvenienti, che mi sono capitati nel fiore della mia giovinezza ». Il medioevo torna a vivere nelle parole di Luisa di Savoia, madre di Francesco di Valois-Angouléme, salito al trono di Francia il 25 gennaio 1514.

La cerimonia della Sacra Unzione, che colloca il re sul pia­no sacerdotale, ne fa per il mondo il tramite tra terra e cielo. Francesco riceve l’olio dell’ampolla recata, secondo la leggen­da, da un angelo al momento del battesimo di Clodoveo più di mille anni prima, indossando una veste che ricorda la dalma­tica del suddiacono e guanti simili a quelli d’un vescovo. Poi, circondato da dodici pari laici ed ecclesiastici e da una rap­presentanza delle componenti del suo popolo, il principe, che ha giurato d’operare per il bene comune e per la pace, di cu­stodire le leggi, di proteggere la Chiesa e di combattere l’ere­sia, di difendere sempre il suo popolo, viene acclamato: « Vi­vat rex! ». Attraverso questo rito egli diventa anche titolare d’un privilegio particolare: re taumaturgo, con la sola imposi­zione delle mani, egli potrà guarire gli scrofolosi.

Il regno di Francia, cresciuto sull’antica Ile de France ad accogliere nel tardo Quattrocento Provenza, Normandia e Borgogna (nel 1532 si aggiungerà la Bretagna) ha seguito una ben precisa dinamica storica, che da secoli ne ha fatto uno dei cardini della storia europea. Nella stragrande mag­gioranza vocati alla terra, i Francesi inclinano al mare per le settoriali esperienze di Provenzali, Bretoni, Normanni. E il commercio e la finanza, al di là delle ormai lontane fiere di Champagne e del più recente mercato finanziario di Lione, si muovono ancora soprattutto per la spinta dei « Lombardi », gli italiani che nel medioevo hanno fatto di queste attività strumento determinante della loro presenza nel mondo e mo­tore silenzioso d’ogni progetto di espansione. Non stupisce, quindi, che a condurre la prima impresa oltreoceanica di fa­ma per conto della Corona francese sia un fiorentino (pur se naturalizzato francese): Giovanni da Verrazano, che compie il suo viaggio durante il regno di Francesco I, nel 1525.
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« Se io volessi descrivere — dice il cronista — tutta la fati­ca, il lavoro e l’attenzione che sarti, ricamatrici e orefici de­dicarono a ideare e a eseguire sia gli ornamenti per i lords, le dame, i cavalieri, i gentiluomini di campagna sia per le gualdrappe, i finimenti e gli ornamenti dei cavalli, mule e pa­la freni, il racconto sarebbe troppo lungo; ma in verità, nulla di più ricco, di più elaborato e maestoso di quanto predispo­sto per questa incoronazione fu mai visto... »

Era stata la Vergine stessa — secondo la tradizione — a consegnare a Thomas Becket l’olio destinato all’unzione dei re inglesi. E con quell’olio a Wenstminster, davanti ai « gran­di » del regno il 23 giugno 1509 l’arcivescovo di Canterbury consacra re d’Inghilterra «il signor Enrico, principe di Vuaglia,­ nel quale» -- come scrive Baldassarre Castiglione — « par che la natura abbia voluto far prova di se stessa collocando in un corpo solo tante eccellenze». Se, come ha scritto giu­stamente Roberto Lopez, sono le monarchie più feudalizzate quelle che danno all’Europa i primi stati nazionali, questo cavaliere appassionato di tornei e di cultura, ne governa il modello.

Ma, dopo secoli d’una storia, tutta giostrata sulla premi­nenza d’una politica continentale e d’una economia agraria e pastorale, chiuse le guerre dei Cent’Anni e delle Due Rose, tocca proprio alla dinastia Tudor operare una graduale con­versione di sistemi, passando da un sostanziale distacco dalla politica europea all’atto di supremazia; da un accentuato pro­tezionismo alle prime battute di un programma marittimo; dalle prime e occasionali lettere patenti concesse da Enrico VII a Giovanni Caboto (un altro italiano, non casualmente) sulla scia dei « merchants adventurers », fino alla fioritura completa dell’età elisabettiana, quando Ralegh e Drake faran­no delle isole britanniche una potenza marittima invincibile sul mare.
3. « Supra litus oceani maris » — aveva scritto Orderico Vi­tale già nel XII secolo — volevano giungere tutti i popoli eu­ropei del suo tempo. Tutti, con maggiore o minore impegno tendevano verso l’Oceano, quel « mare tenebroso » che la cul­tura tradizionale continuava a definire non navigabile (e quindi inconoscibile); e naturalmente più degli altri lo cerca­vano quei popoli che ne abitavano le coste e che ne vivevano la realtà fisica come espressione costante di fecondità. Anche se vivere sul mare non vuol sempre dire vivere del mare, l’i­ninterrotta attività marittima dei popoli costieri — normanni, bretoni, cantabrici, portoghesi — la grande pesca d’altura di balene e baccalhaos, le saline e i polders, l’epopea guerresca degli uomini del Nord verso le Americhe e verso Kiev e Novgorod, gli «immrama», il seafer e il Beowulf , la leggen­da di San Brandano ci riconducono al ruolo determinante che guerrieri e missionari, marinai e pescatori ebbero nell’a­pertura degli orizzonti.

La lunga consuetudine dei rapporti tra Ebrei, Cristiani e Saraceni in Algarve e in Andalusia, le iniziative dei genovesi, che già nel 1113 costruivano navi per il vescovo di Santiago di Compostela e, alla fine del Duecento, aprivano la rotta tra Mediterraneo e Atlantico verso il nord, sono gli evidenti pre­supposti dell’essenziale molo d’intermediazione svolto dall’a­rea geografica liminare al grande Oceano sconosciuto, che si dispiega completamente nel corso del Quattrocento.

Nel 1572 vede la luce a Lisbona Os Lusiadas. Rievocazio­ne del viaggio compiuto da Vasco da Gama a Calicut tra il 1497 e il 1499 e al tempo stesso saga dei Portoghesi, questo poema d’ispirazione limpidamente ideologica, nel quale mille frammenti d’una inafferrabile storia appaiono in sequenza ordinata, risponde perfettamente alle ormai consolidate scelte d’una Corona che, sul contrappunto obbligato del mare, ha costruito il suo impero, ridisegnando su di esso la crescita della propria economia e l’identità della nazione. Non a caso già nel secolo precedente Nuno Gonqalves aveva ritratto nel polittico di San Vicente i fondatori dell’impero: l’infante Enri­co, Alfonso l’Africano e, ancor fanciullo, colui che sarà defi­nito il « principe perfetto » — Giovanni II — sullo sfondo una decorazione ispirata al mare. E sempre alla complessa vicen­da marittima si ispira la « janela » di Santa Maria della Vito­ria a Batalha, intrecciata di madrepore, tentacoli, vele e corde.

Questa corte che, prima tra tutte in Europa, fa del mare un’impresa economica e, al tempo stesso, la chiave di lettura della propria immagine, diventa necessariamente il simbolo d’un’originale lettura del mondo. « Talant de bien faire » reci­ta il motto sullo stemma di Enrico il Navigatore, l’Infante al quale la storia riconosce il ruolo di primo garante dell’espan­sione portoghese. E Lisbona, punto obbligato di transito nel quadro dei traffici internazionali, rivela nel suo stemma che il mare costituisce elemento di fondo della sua identità. I corvi e la nave ricordano infatti l’antica leggenda, secondo la quale il corpo di San Vincenzo, il santo caro ai marinai in pericolo, era giunto su una nave senza timoniere, scortata da un volo di corvi. E la precoce presenza di genovesi «sabedo­res de mar», titolari dell’ammiragliato portoghese fin dal 1317, non può esser disgiunta dalla precisa notizia, relativa a Cristoforo Colombo che fa del Portogallo la prima tappa del­la sua grande avventura.
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Il 13 dicembre 1473 un palco sormontato da un trono è innalzato nella « plaza mayor» di Segovia e, nello sventolare degli stendardi reali, al tradizionale grido « Castilla, Castilla! Real por el rey don Fernando e por la reyna su muger pro­prietaria de este reyno », Isabella diventa regina di Castiglia. Dopo che i presenti le hanno giurato fedeltà e obbedienza baciandole la mano, la regina, in groppa ad una giumenta riccamente bardata, si dirige verso la chiesa. Davanti a lei Gutierre de Cardenas porta una spada snudata, tenuta per la punta all’uso di Spagna « a dimostrazione » — dice il cronista — « che sarebbe toccato a lei giudicare e punire ». Subito nac­quero mormorii tra coloro che pensavano che una donna non poteva giudicare e che perciò sarebbe toccato regnare al marito. Ma lo stesso cronista precisa: « ciò avviene di regola, ma ne sono esenti regine, duchesse e donne titolari di signo­rie feudali, alle quali per diritto ereditario spetti di esercitare il mero e misto imperio ». Difatti, con quella spada sguaina­ta, quella corona e quello scettro, simboli del potere che, trasmessole dal popolo, le veniva però direttamente da Dio, Isa­bella avrebbe amministrato la giustizia, combattuto eretici e devianti, rappresentato e difeso il suo popolo; ed è noto che ella applicò con il massimo scrupolo le regole proprie del suo ruolo.

Dicono i cronisti che il carattere di Isabella fu tale che in nessun momento della vita ella rivelò cedimenti e paure. Benché attenta alle cose religiose, ella amava il rigore più della pietà; era molto attaccata alle forme e le piaceva farsi servire da quei « grandi » che l’avevano osteggiata nella lunga guerra di successione. In realtà la regina, donna temprata da una giovinezza tormentata, faceva un po’ paura a tutti. Lo ri­corda ancora Baldassare Castiglione che nel Cortegiano ne parla — unica donna tra tanti uomini — ricordandone, oltre al forte istinto autoritario, « la divina maniera di governare, che parea quasi solamente la volontà sua bastasse perché senz’al­tro strepito ognuno facesse quello che dovea, tal che a pena osavano gli uomini in casa sua propria e secretamente far cose che pensassino a lei dovessero dispiacere ».

« Emperadores e reyes son comenzamiento y cabeza de los reynos »: Isabella fu profondamente consapevole del signi­ficato delle parole volute da Alfonso X nelle Siete Partidas e lo dimostrò nel corso di tutta la vita. Quando sposò segreta­mente, tra gravi rischi e senza il consenso del fratello e la di­spensa papale necessaria per un matrimonio tra consangui­nei, il bel Fernando d’Aragona, ella ne veniva dall’aver stipu­lato con lui le capitolazioni di Cervera, per le quali soltanto lei sarebbe stata, anche dopo le nozze, la « reyna proprieta­ria » di Castiglia. E la sua linea di comportamento si man­tenne costante nelle difficoltà successive e si manifestò piena­mente quando, dopo la morte improvvisa di Enrico IV, ta­gliando corto ad ogni tradizione, ella assunse con estrema ra­pidità il ruolo di “alma e cabeza del reyno”. Isabella non at­tese, infatti, i tradizionali nove giorni di lutto né il rientro del marito, impegnato nelle defatiganti vicende aragonesi. Né la sfiorò il ricordo dell’unzione del Visigoto Wamba a Toledo, alla quale sempre si sarebbero richiamate la corone spagnole o quello del rito, che a Burgos aveva seguito Alfonso XI: do­po una veglia d’armi, vestito di panni regali ornati di stemmi d’oro e d’argento, il principe era salito su un cavallo e, ac­compagnato dalla moglie, s’era recato alla cattedrale. Qui, dopo averlo unto sulla spalla destra, i vescovi l’avevano bene­detto ed egli s’era posto in capo la corona e aveva incoronato la regina; poi, tra feste e tornei, aveva compiuto i primi atti di re.

Invece — dice il cronista — l’ascesa al trono di Isabella avrebbe ricordato piuttosto il caso clamoroso del bastardo di Alfonso XI, quell’Enrico che aveva dato origine alla dinastia Trastamara.

Ma se la tradizione castigliana getta in prima linea la donna regina, facendone per quei tempi un’antesignana ed el­la, attraverso la concordia di Segovia con Fernando, sa ben difendere la sua preminenza in Castiglia, solo alla fine della lunga guerra di successione con il Portogallo, la Spagna, un paese di oltre otto milioni di abitanti in un’Europa che nep­pure toccava i quaranta, legando la forte istanza militare de­gli « hidalgos » con le nuove tensioni marittime, avrebbe ac­quisito quel molo di potenza che ne avrebbe fatto un’attratti­va irresistibile per chi cercava fortuna. Antagonista di Porto­gallo e Francia, ai quali già ai primi del Cinquecento conten­de il primato sui mari e in Europa, la Spagna è al centro delle cronache del tempo, riempie le pagine dei testi mercan­tili, diplomatici, letterari. Siviglia diventa un punto di riferi­mento imprescindibile per l’economia mondiale, l’oro e l’ar­gento americani s’avviano a diventare il perno della gestione delle guerre europee; la corte di Isabella si propone come una corte aperta alle istanze dei tempi nuovi.

Rileggendo il testamento della regina, nell’esperienza statuale che esso rivela, nelle varie questioni interne ed esterne che esso illumina, si ripercorre la vicenda d’un paese che, proprio dall’età dei Re Cattolici, fa la sua comparsa al centro dell’attenzione mondiale.

Sicché, non a caso, nella galleria dei ritratti dell’epoca campeggia quest’immagine di donna. La sua corte divenne infatti il più ambito rifugio non solo per chi come Colombo progettava nuovi spazi di vita, ma anche per quegli intellet­tuali che, sensibili alla suggestione del potere, si moltiplicava­no attorno a lei, che con le sue dame e i suoi figli, studiava il latino secondo la moda del tempo: come Lucio Marineo Si­culo o Pietro Martire d’Anghiera, che avrebbe cantato per primo le lodi dell’impresa al Nuovo Mondo; o come i fratelli Geraldini.

Così, nella fondazione del mondo moderno si ripropone con forza la valenza intrinseca ad un potere di origine divina che spetta soltanto ai re, non ai piccoli principi italiani che, pur nei loro splendidi palazzi, non sono davvero in grado di tener il passo col mondo che cambia.
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« Credeano i principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che ad un principe bastasse negli scrittoi pensare un’acuta risposta, scrivere una bella let­tera, mostrar ne’ detti e nelle parole arguzia e prontezza, sa­per tessere una fraude ... » Così il Machiavelli scrive ne L’arte della guerra.

Maestri nel sapersi muovere con duttilità su un piano inter­nazionale vario e frazionato nel medioevo, sul far del Cinque­cento gli italiani franano sul piano politico per una conduzione dei loro affari interni sempre più inadeguata al mutare dei tem­pi. L’antica e radicata attitudine alla cura del « particulare » aveva contribuito a destabilizzare qualsiasi ipotesi di assetto po­litico che non fosse quello di una temporanea quiete; così la « concordia discors », nascosta solo in parte dagli equilibri abil­mente giostrati dagli elementi preminenti del quadro italiano (Milano, Firenze, Venezia, il Regno napoletano e la Chiesa) ap­pare la ragione di fondo in base alla quale le potenze europee, sistemate le questioni pendenti al loro interno e guadagnati progressivamente ai propri meccanismi le tecniche e i capitali forniti dagli italiani, guarda alla penisola come ad una facile area di conquista; e la piccola corte d’Urbino, tanto cara a Bal­dassarre Castiglione, diventa soltanto l’esempio per costruire una « corte formata di parole ».

MASSIMO MIGLIO

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