Atti del Convegno storico internazionale




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Fra Bernardino Monticastri e Cristoforo Colombo

C’è voluta da parte mia una bella dose di coraggio o forse di impudenza a proporre e a svolgere questo tema402. Sapevo, infatti, al momento della stesura del programma del conve­gno, che quel pochissimo — per non dire quasi nulla — che si conosceva su Bernardino Monticastri, il frate osservante che avrebbe accompagnato Colombo nella prima traversata atlan­tica, era contenuto in un librettino, dovuto al tuderte don Pirro Alvi, edito nel 1893 — esattamente cento anni fa —, e ri­stampato in anastatica quest’anno 403.

Speravo, è vero, di venire in possesso di altre e più sicure notizie, sia grazie a nuove e accurate ricerche negli archivi umbri, in particolare in quello storico comunale di Todi, sia grazie allo spoglio sistematico di cronache, annali e repertori francescani.

Ma lunghe indagini non hanno prodotto, ahimé, alcun frutto. Così alla primitiva speranza sono subentrati sentimen­ti di delusione e di rassegnazione. Sono ora qui, chiaramente preoccupato, costretto ad affrontare un argomento che — al­meno nei dati — non sembra ammettere novità 404.

Comincerò pertanto con il delineare lo stato della questio­ne, per poi tentare di giungere ad eventuali, plausibili conclu­sioni.

Tutto prende avvio e si fonda su una notizia riportata dal­l’erudito tuderte Giovan Battista Alvi, vissuto dal 1706 al 1780, nelle sue Croniche della città di Todi dall’anno mille a tutto l’anno 1499. Sotto l’anno 1492, il cronista nota: « In quest’anno Cristoforo Colombo genovese andò nelle Indie a scoprire nuova terra e nuovi paesi; e fra gli altri uomini che seco condusse nelle sue caravelle fu il padre Gian Bernardino Monticastri di Todi, uomo di gran letteratura e pratico di astronomia, che anco di lui confessore. Onde Gabriele Monti­castri fratello di detto religioso ad uno delli tre figli suoi po­se nome Cristofano. Ex licteris patentibus et epistula domini Columbi olim asservata penes heredes Gabriellis et penes Bernardum Boccardum »405.

La stessa informazione fu ripresa quasi alla lettera da un altro erudito tuderte Arminio Cori vissuto agli inizi del secolo scorso, il quale nelle sue Notizie riguardanti la città di Todi raccolte da cronache antiche, dal Pellini, dal Manente e da di­verse autentiche scritture nel 1834, scrive: « 1492. Nella spedi­zione tentata da Cristoforo Colombo fra gli altri che lo ac­compagnarono vi fu il padre Giovan Bernardino Monticastro di Todi dell’Ordine de Minori, uomo di gran letteratura, astronomo e confessore di esso. In memoria di ciò Gabrielle Monticastri, fratello di detto religioso, ad uno dei suoi figli pose nome Cristoforo. Ex litteris patentibus et epistula domi­ni Columbi olim adservata penes heredes Gabrielis et penes Bernardum Boccardum »406.

Dopo essere stata riprodotta e divulgata, forse per opera di Bonaventura Pianegiani, altro erudito locale, nel 1864 nel periodico « La stella dell’Umbria » e successivamente in vari altri giornali, la notizia fu di nuovo sottoposta all’attenzione degli studiosi, in occasione del quarto centenario della sco­perta dell’America.

Fu appunto il canonico Pirro Alvi a riprenderla e rivestir­la di toni troppo palesemente celebrativi per la sua città (per aver dato i natali a fra Bernardino) e per il suo casato (Gio­van Battista Alvi era un suo antenato), nel volumetto ricorda­to all’inizio. E che l’amore di campanile e la retorica fossero davvero eccessivi e comunque privi del necessario impegno critico, fu subito sottolineato da un illustre studioso di cose francescane, Michele Faloci Pulignani, che concludeva così la sua recensione al libretto dell’Alvi: « L’egregio scrittore di questo opuscolo sfrondi il suo lavoro delle considerazioni estranee al tema e veda di cercare o l’originale o la copia al­meno della lettera di Colombo: persuada almeno il lettore che il cronista del secolo passato vide questi documenti: as­sodi con buone prove che il p. Gian Bernardino da Montica­stri fu un personaggio realmente vissuto nel 1492 e ce lo mo­stri in qualche documento di quel tempo, ma non nelle postume croniche del secolo XVIII. Noi nell’interesse degli stu­dii colombiani, gli auguriamo questa fortuna »407.

Una serie di consigli — dunque — a conclusione di una più che giustificata stroncatura.

È infatti innegabile che le prove addotte dall’Alvi a soste­gno della bontà e della veridicità della notizia sono debolissi­me se non addirittura inconsistenti. Due per tutte.

La prima si basa su un passo del XIV capitolo dell’Itinera­rium di Alessandro Geraldini: « Tunc sanctus Angel, ratio­num patriae Valentinae magister, a Colono petiit qua summa pecuniarum, quo navium numero ad longam adeo navigatio­nem opus esset. Qui cum responderet tribus millibus aureorum, duabusque navibus necesse est et ille e vestigio subde­ret, se eam velle expeditionem capere et eam quoque sum­mam pendere, Elisabetta Regina, alto a natura animo quo erat, accepto Colono, naves, collegam et pecuniam pro novo orbe genti humanae aperiendo liberalissime attribuit »408 . Con molta sollecitudine ed altrettanta disinvoltura e senza farsi neppure sfiorare dall’ombra del dubbio, l’Alvi riconosce nel collega Bernardino Monticastri.

La seconda prova si fonda su un passo delle Memorias de la Real Academia de la Historia di Madrid, dove è scritto « que Colòn comunicaba con fraite Astrologo guardian y con fraite Juan que habia servido siendo mozo a la reina Dona Isabel la Catolica en officio de Cantadores » 409.

Per l’Alvi questo frate astronomo non solo era italiano (se fosse stato spagnolo sarebbe stato indicato — secondo lui — esplicitamente), ma doveva essere identificato, sulla scorta dei documenti ricordati dal suo antenato, proprio con frate Bernardino Monticastri.

Di fronte ad una situazione così avara di informazioni, e di conseguenza assai precaria ed aleatoria, è quanto mai ar­duo non solo organizzare un discorso ben definito, ma anche proporre semplicemente ipotesi che abbiano un minimo di ammissibilità.

Tutta la questione va dunque ripresa dalle fondamenta e, nei limiti del possibile, sviluppata e risolta per gradi.

Chi era, innanzitutto, fra Bernardino Monticastri? Di lui non si sa praticamente nulla. Nell’albero genealogico della fa­miglia dei Monticastri delineato sia da Lorenzo Boselli (mor­to nel 1765) nel suo Catalogo delle casate di Todi e del suo territorio 410, sia nel Libro delle genealogie delle famiglie di Todi compilato da Pietro Bolognini alla fine del XVIII secolo 411, Bernardino è registrato, insieme a Gabriele e Giovanni Mo­scato, come figlio di Onofrio, ed è detto de observantia. Non è indicata la data di nascita né quella di morte. Ma dall’albe­ro appare chiaro che Bernardino visse tra il XV e il XVI se­colo. I Monticastri discendevano dalla famiglia degli Arnolfi che trasse il nome da Arnolfo venuto in Italia al seguito di Ottone I 412.

Il primo dei Monticastri di cui si ha notizia è Bernardo vissuto nel XIII secolo. Il nome Monticastri — che non ha al­cuna relazione, come talvolta si sente ripetere, con Monteca­strilli altra terra della contea degli Arnolfi — deriva da quello di un antico fortilizio situato nei pressi di Villa S. Faustino, tra Acquasparta e Todi, oggi completamente distrutto. Da un protocollo notarile dell’8 gennaio 1447, conservato nell’Archi­vio storico vescovile di Todi, risulta che i genitori di Bernar­dino — Onofrio alias Cola di Gabriele ed Evangelista di Ange­lo di Matteo — abitavano a Todi, in regione Vallis et parochia Sancti Quirici 413. Nessun dubbio quindi non solo sulla storici­tà, ma anche sulle origini tudertine di Bernardino. Circa, in­vece, le altre notizie offerte dal cronista settecentesco Giovan Battista Alvi — che cioè frate Bernardino fu letterato e astro­nomo, confessore e accompagnatore di Colombo nella sua prima traversata — non esistono a tutt’oggi elementi di ri­scontro. Risulta invece esatta — come la genealogia dimo­stra — l’informazione che ai nepoti di Bernardino, ovvero ai figli del fratello Gabriele, siano stati imposti i nomi di Cristo­foro e Cristofora.

Della presunta lettera autografa di Colombo che atteste­rebbe, unico documento, lo stretto rapporto del genovese con il frate tuderte, si è persa ogni traccia. Conservata dapprima dal fratello di Bernardino, Gabriele, sarebbe passata poi tra le carte di Bernardo Boccardi che si era imparentato con i Monticastri avendo sposato Clara figlia di Scipione Montica­stri e che era morto nel 1742 414, Fu proprio in casa Boccardi che Giovan Battista Alvi — come egli stesso afferma — vide la lettera. È probabile che con la morte del Boccardi, che non aveva avuto figli, si disperse tutto il patrimonio documenta­rio che riguardava anche la storia della famiglia della moglie.

A parte questa mancanza di testimonianze dirette che in qualche modo si può anche spiegare, molto strano appare invece il silenzio su Bernardino dei documenti o di altre fonti o cronache francescane a partire da quella del moravo osser­vante Nicola Glassberger (morto dopo il 1508)415 e dall’altra, seicentesca, di Agostino da Stroncone anch’esso frate dell’Os­servanza 416.

Di sicuro si sa che Bernardino fu minore osservante. È ignoto il convento — o i conventi — di appartenenza. Forse soggiornò in quello di Montesanto di Todi, opportunamente ricostruito a partire dal 1448, per iniziativa del celebre predi­catore Roberto Caracciolo da Lecce, per i frati dell’Osservan­za, che abbandonarono così il convento di San Giacomo di Cuti, fatto costruire nel 1404, sempre per gli Osservanti, dalla nobile famiglia degli Offreducci 417, Altro non si può ipotizza­re.

Ma se Bernardino avesse veramente partecipato all’impre­sa di Colombo, perché mai uno dei momenti in assoluto più significativi di tutta la storiografia francescana cioè gli Anna­les Minorum di Luca Wadding — la cui pubblicazione fu ini­ziata nel 1625 — non riportano la notizia? Tale silenzio desta ancor più sorpresa di fronte all’ampio spazio che lo storico irlandese dedica alla navigatio indica — come egli stesso la chiama — di Colombo. Ma c’è anche un altro particolare a dar maggior forza allo stupore e alla conseguente grande per­plessità. Scrive il Wadding: « Etenim deiecti iam animi viro egregium facinus pene neglecturo, consolatorem et promoto­.rem [Deus] dedit indigum et misellum fraterculum Joannem Perezium, Marchena oriundum, qui tunc minoritas Coenobioli Arabidae, ab oppido Palos de Moguet quingentos pedes di­stantis, regebat et olim confessiones exceperat Reginae » 418.

In questo passo tratto dal primo paragrafo del capitolo dedicato al 1492 ed intitolato Cristophorus Columbus, adiuto­re religioso minorita, navigationem aggreditur Indiarum Occi­dentalium, c’è — come si vede — molta gloria per un france­scano; ma il povero e umile fraticello non è Bernardino Mon­ticastri, ma Juan Pérez, erroneamente — a mio avviso — fatto tutt’uno con un altro frate dell’osservanza, Antonio de Mar­chena.

Del resto, a prescindere dal Wadding, è cosa ben nota co­me i francescani favorissero fin dall’inizio l’impresa di Co­lombo. La grande ondata dell’Osservanza non solo aveva mo­vimentato tutte le forze vive dell’Ordine nella lotta contro i Turchi e gli eretici, ma aveva riacquistato anche un notevole slancio missionario, nella convinzione di dover portare ovun­que la parola di Dio e di convertire i pagani con lo stesso spirito dei cavalieri crociati in Terrasanta.

Ma è cosa pure altrettanto nota che tra coloro su cui po­teva confidare Colombo, ci fosse un gruppo di persone colle­gate con il porto di Palos, dove si sarebbero dovute concen­trare le navi, gli uomini e le provviste per la traversata. Figu­ra di primo piano intorno alla quale si era coagulato questo gruppo fu quasi certamente il francescano Antonio de Mar­chena, molto spesso — come già accennato — confuso o anche accumunato dalla storiografia, e non solo dal Wadding, con l’altro francescano spagnolo Juan Pérez. Antonio de Marche­na era l’astronomo della corte spagnola che — unico — aveva dato credito alle teorie geografiche di Colombo, come attesta Colombo stesso in una lettera indirizzata ai sovrani: « Le Vo­stre Altezze già sanno che per sette anni mi aggirai per la loro Corte importunandole a questo proposito. Mai in tutto questo tempo si trovò un pilota, un marinaio, un filosofo o un qualche esperto di qualche altra scienza che non dicesse­ro che la mia impresa era falsa; e io non ebbi mai aiuto da nessuno, fatta eccezione per fra Antonio de Marchena, oltre e dopo quello di Dio eterno... » 419. E i sovrani, in risposta, fini­rono per suggerire a Colombo di farsi accompagnare nel viaggio atlantico proprio da frate Antonio « perché è un buon astronomo e ci è sempre sembrato che egli fosse d’accordo con la vostra opinione » 420. Ma Antonio de Marchena — che era diventato il provinciale di Andalusia dopo essere stato per un certo periodo guardiano del convento di La Rábìda, presso Palos, e che è da identificarsi con ogni probabilità proprio con quel fraite astrolago guardian di cui parlano le già citate Memorias de la Real Academia — non fu l’unico francescano legato alla corte di Spagna, e nel contempo a Colombo. L’altro fu il già ricordato Juan Pérez, anch’egli guardiano e uno dei confessori della regina.

In tutta la documentazione diretta o indiretta relativa al primo viaggio di Colombo non c’è dunque mai menzione di Bernardino Monticastri. Né è possibile ipotizzare una parte­cipazione del frate tuderte alla seconda traversata. Infatti i due francescani che vi parteciparono — peraltro più in veste di osservatori che non di esperti accompagnatori o padri spi­rituali — furono designati dalla provincia di Francia e non erano sacerdoti 421.

Stando così le cose, desta non poca meraviglia il fatto che la figura di Bernardino Monticastri — proprio per essere al centro di una vicenda per certi aspetti assai singolare — sia di recente riemersa, quantunque in un contesto scientificamente un po’ incerto, a riprova di come la scoperta dell’America sia ancora, a distanza di cinquecento anni, « un rebus costellato di omissis » 422, Mi riferisco al libro di Ruggero Marino, Cri­stoforo Colombo e il papa tradito423.

L’autore nell’elencare e nel discutere quelli che secondo lui sono ancora i punti oscuri o controversi dell’evento — cir­costanze che dimostrerebbero come l’impresa sia stata com­plessivamente più italiana di quanto si creda o si sia voluto far credere —, ricorda la presenza, al seguito di Colombo, di fra Bernardino che nella ricostruzione storica ufficiale avreb­be assunto il nome di un francescano spagnolo, il già nomi­nato Antonio de Marchena.

« Padre Marchena — scrive infatti il Marino — è servito di copertura per cancellare forse padre Bernardo Monticastri. Sono tutti e due dei Minori Osservanti. Ma il padre astrolo­go, il primo padre delle stelle è lui, Bernardo Monticastri, un altro italiano. Ancora un italiano svanito nel gorgo dell’oro che le Indie occidentali promettevano. Un’altra chiave del giallo. Un italiano che, la nascita in Umbria, riconduce ai fratelli Geraldini »424.

Non so su che base il Marino fondi la sua ipotesi della sostituzione di persona. Ma a me pare — stando alle fonti co­lombiane — un’eventualità del tutto improbabile. Non sono invece in grado di esprimere un giudizio sul presunto « giallo storico lungo cinque secoli » e costruito, secondo il Marino, per sminuire o cancellare la partecipazione italiana all’impre­sa di Colombo. Le considerazioni dello scrittore in merito a Bernardino — la cui vicenda rappresenterebbe un punto noda­le della lunghissima pista degli omissis — prendono avvio da una testimonianza niente affatto probante e della quale, pe­raltro, non viene indicata la fonte. È una testimonianza sgan­gherata, ed oscura almeno in un punto: « Rientra [Colombo] trionfante nel porto di Palos donde era uscito. Ha un france­scano a lato, suo confessore che volle dividere i rischi e le speranze... ed è anch’egli un italiano sin qui sconosciuto, il padre Bernardo Monticastri da Todi nell’Umbria, dei minori osservanti; che dottissimo di geografia, di astronomia e di storia, lo aveva incoraggiato e forse determinato alla memo­rabile impresa... la liberazione della Palestina sembrava al su­blime terziario di san Francesco l’unico prezzo degno de’ suoi lavori e la giusta ricompensa del sacrificio della sua vita. “Curiosa notizia.., dalla quale niuno fin qui tra i biografi del­l’Ammiraglio mostrò di aver contezza” » 425.

Il Marino — ripeto — non cita la sua fonte. Ma è comun­que evidente che le informazioni contenute nel passo riporta­to non mutano i termini della questione; né aiutano a risol­verla. Ora come ora, la partecipazione di Bernardino all’im­presa di Colombo resta un fatto senza sicuri riscontri. Entro termini così incerti, tutto appare difficilmente giudicabile in sede storica. Si ha tuttavia l’impressione che la notizia che ri­guarda il frate tuderte si collochi in quella tradizione mistifi­catoria caratterizzata dall’intento di svelare presunte verità più o meno criptiche che i documenti non permettono di scoprire sull’impresa di Colombo. Ma si potrebbe avere anche l’impressione contraria che cioè la stessa notizia sia storica­mente attendibile. Non potrebbe il Monticastri aver veramen­te accompagnato Colombo? Perché qualcuno avrebbe dovuto inventarsi di sana pianta non solo le occupazioni intellettuali, ma anche la familiarità di Bernardino con Colombo e l’essere loro stati compagni di avventura? E non potrebbe essere sta­to proprio Alessandro Geraldini a presentare e a fare da tra­mite tra i due? Del resto Amelia e Todi distano appena tren­tacinque chilometri; ed i rapporti tra le due cittadine erano molto stretti fin dal XIII secolo.

L’impasse è ormai inevitabile. E qui si arresta anche il mestiere dello storico. Infatti in una situazione documentaria così talmente precaria ogni ipotesi diventa gratuita. Se altri e più probanti documenti saranno rintracciati, il vicolo non sa­rà più ceco e su frate Bernardino si riuscirà forse a fare un po’ più di luce.

Sono quasi al termine. Ma prima di concludere vorrei fa­re altre brevi considerazioni. La prima riguarda Colombo. Chi sa perché l’ammiraglio ha da sempre incoraggiato ricer­che per lo meno singolari. È una riflessione che vale — è vero— anche per altre figure geniali della storia, ma le interpreta­zioni che di Colombo sono state via via offerte — forse per la fama di bizzarro che aveva già da vivo — hanno talvolta del­l’incredibile. Ha scritto di recente uno storico, studioso di Colombo, che « se uno dei tanti comitati istituiti per onorare il quinto centenario della scoperta dell’America offrisse un premio per la teoria più assurda su di lui, la gara sarebbe molto combattuta »426 .

Fatto è che nella ridda di supposizioni e immaginazioni sono stati spesso trascinati nel bene o nel male, per motivi ed interessi contingenti e i più diversi, anche altri personag­gi, forse pure lo stesso frate Bernardino.

La strana commistione — che era in Colombo — del mari­naio sicuro, del navigatore — che dei venti, delle stelle, delle correnti, della rotta aveva una percezione e un’intuizione straordinarie — e insieme del visionario, dell’uomo di fede che credeva di dover rivelare ciò che era nascosto fin dalla crea­zione, finì per svegliare e coinvolgere immediatamente gli an­goli più riposti della fantasia e dell’immaginario degli uomi­ni.

I suoi viaggi furono subito un mito, la sua vita un’avven­tura; anche perché Colombo era convinto che il suo navigar in un mare sconosciuto fosse un viaggio più divino che uma­no e che forse in esso si potesse realizzare una profezia di Gioacchino da Fiore, secondo la quale la riconquista di Geru­salemme sarebbe venuta dalla Spagna. Ma Gerusalemme non fu mai riconquistata e la navigazione di Colombo ha «confu­so — come scrisse il Guicciardini — molte cose affermate dagli scrittori delle cose terrene, ma dato, oltre a ciò, qualche an­sietà agli interpreti delle sacre scritture » 427.

E non poche difficoltà ha creato a quanti sono alla ricer­ca della verità storica per poter confermare le ipotesi e le suggestioni di una tradizione nata da e con il mito di Colom­bo e sostenuta da una erudizione non sempre fedele al dato realmente accaduto.

E con questo sono veramente alla fine. La mia relazione aveva per titolo « Fra Bernardino Monticastri e Cristoforo Colombo ». Nelle mie riflessioni c’è stato molto Bernardino e poco Colombo. Ma il poco Colombo è stata una necessità conseguente al venir meno di uno dei due personaggi che nelle intenzioni e nei voti iniziali si sperava di veder procede­re di pari passo; di Bernardino non è rimasto che il deside­rio.

ROBERTO RUSCONI

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