Atti del Convegno storico internazionale




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L’Umbria e Amelia al tempo

di Alessandro Geraldini


1. L’AMBITO DELL’INDAGINE: I TEMPI E I LUOGHI


In una dimensione che spazia tra i continenti e le corti d’Europa l’ambito umbro, e amerino in particolare, può ap­parire senz’altro sfocato o, perlomeno, decentrato rispetto ad avvenimenti che, pur muovendo materialmente da esso o coinvolgendolo da lontano, certo hanno altrove i loro centri d’interesse e i motori dell’azione.

Singolarmente, ma non poi tanto, il periodo oggetto del mio studio, corrispondente grosso modo alla vita di mons. Alessandro Geraldini, coincide con quella del condottiero Bartolomeo d’Alviano, nato nello stesso anno 1455 in un ca­stello, Alviano, assai prossimo ad Amelia. Le due « carriere », l’ecclesiastica del primo e la militare del secondo, erano di­fatti anche le preferite dai rampolli delle famiglie dominanti locali; gli ambiti di provenienza sono, in entrambi i casi, si­curamente ristretti, tanto da favorirne l’allontanamento, certo più per il primo che il secondo.

2. L’UMBRIA: CROCEVIA Dl MOVIMENTI

Questo proiettarsi fuori dalle mura castellane, alle quali comunque entrambi continuarono a far riferimento, ben si adatta alla definizione che è stata data all’Umbria, e in particolare a quella meridionale, tra Tre e Quattrocento come di «un grande crocevia di movimenti »37. Una caratteristica, questa, che continua anche nel secolo successivo, con un an­damento dalle oscillazioni rapide e nervose, che tende a de­generare, per chi l’esamini, in una storia degli avvenimenti38 che si vorrebbe invece evitare per cercare di abbracciare nel lungo periodo le grandi correnti sotterranee delle quali altri­menti sfuggirebbe il senso.

Il contesto di questi movimenti, che partono spesso da lontano (dal Regno di Napoli alle corti dell’Italia settentriona­le, dalla Francia e l’Impero), è quello di un territorio assai permeabile dal punto di vista culturale39 e non solo da quel­lo, visto che il panorama di questi secoli, ben illustrato dalle fonti, è caratterizzato da aspre lotte, in cui «i vivissimi parti­colarismi comunali, le persistenze feudali, il formarsi di talu­ne signorie tanto velleitarie quanto effimere, le lotte di fazio­ne nelle città, le ingerenze straniere, le contese tra i comuni che puntano a consolidare o ad espandere i propri limiti ter­ritoriali »40, rendono assai difficile un quadro unitario.

Sicché non di regione è giusto parlare quanto piuttosto di territori che si stanno assestando nel lento recupero della centralità attuato dai papi su un tessuto connettivo che si fa più fitto laddove i nuclei costituiti dai Comuni maggiori van­no organizzandosi in vere e proprie aree d’influenza, ora in maniera autonoma ora invece nell’accettazione sofferta di una sovranità o di una signoria41.


3. 3. AMELIA: TERRA IMMEDIATE SUBIECTA

La riconquista papale ad opera dell’Albornoz avvenne in tempi brevi, stroncando anzitutto l’ambiziosa ma intelligente opera intrapresa dai prefetti di Vico per la realizzazione, a partire da Viterbo ed Orvieto, di un principato sovracittadi­no. Il recupero era partito appunto da Amelia, occupata co­me parte del Patrimonio nel 1350, poi si era esteso al Ducato di Spoleto; quattro anni dopo Amelia elesse il papa ed il suo legato a rettori, difensori, governatori e amministratori della città e distretto. La singolarità sta nel fatto che entrambi ven­gono eletti come persone private, poiché è il Comune che au­tonomamente cerca i reggitori che crede 42.

I rapporti con la Chiesa restano alterni: lo Statuto cittadi­no del 1347 (come quello del 1441) sembrerebbe indicare un’autorità «superiorem non recognoscens », secondo la for­mula di Bartolo, ma il quadro di riferimento generale è quel­lo nel quale il potere centrale, non lontano anche se combat­tuto, impedisce comunque di agire sciolti da ogni legame43. Alla ribellione dell’autunno 1375 delle terre della Chiesa Ame­lia si unisce nel novembre, dopo Orte e Narni ma prima di Città di Castello, Perugia, Assisi, Spoleto, Gubbio...44

L’assetto istituzionale albornoziano, che aveva riguardato tanto l’area spoletina quanto quella ternano-narnese45, e che prevedeva la divisione in cinque province rette ciascuna da un legato (Patrimonio di San Pietro in Tuscia, Ducato di Spoleto, Marca Anconetana, Romagna, Campagna e Maritti­ma)46 viene modificato in misura rilevante settanta anni do­po nel quadro del complessivo ripristino dell’autorità papale realizzato da Martino V dopo la sconfitta di Braccio da Mon­tone, che aveva occupato militarmente proprio le città del­l’Umbria meridionale47 . Nel 1424 una nuova circoscrizione provinciale, che fa capo a Perugia e al suo legato, ingloba Spoleto, dove resta un governatore formalmente dipendente, con la zona appenninica. Narni, Terni, i castelli dei rispettivi territori e Amelia sono posti in una circoscrizione minore del Patrimonio, affidata ad un rettore con sede a Viterbo48.

Accanto al legato, rettore e al tesoriere, funzionari tradi­zionali, operano nelle circoscrizioni territoriali più ristrette i governatori, i castellani o i tesorieri competenti per i singoli Comuni. Alle dipendenze dell’autorità provinciale sono anche i podestà di quelle città, come Amelia, la cui nomina è di spettanza pontificia49. La diarchia tra il governo del rettore e quello delle magistrature comunali, qui rappresentate dal Consiglio degli Anziani, si presenta in termini diversi a se­conda del potere conservato dalla classe dirigente cittadina: ora Amelia costituisce proprio il caso tipico di una terra im­mediate subiecta, nel senso che le classi locali hanno un mar­igine di operatività assai ristretto, limitato al governo comunale.

In esso i nobili già dal 1326 si erano riservati le cariche più importanti: il passaggio da oligarchie miste a moduli ri­gorosamente patriziali con la formalizzazione della chiusura di ceto è, in questo caso, alquanto precoce, il che, nel pano­rama generale pur ampio, risulta comunque raro 50. Più tardi, agli esponenti ammessi al reggimento viene vietato l’esercizio della medicina, il notariato e, addirittura, la pratica del dirit­to e l’avvocatura: ne consegue che è escluso chiunque « trag­ga il proprio sostentamento — come scrive Zenobi — da una remunerazione troppo immediata rispetto all’attività prestata, sì che questa possa essere considerata come lavoro dequalifi­cante e servile» 51. Il risultato della selezione è la compattez­za sociale del gruppo dominante che possiede i caratteri no­biliari secondo i canoni prescritti: una ricchezza non recente legata all’esercizio esclusivo dei poteri locali o, almeno, di quelli più importanti e decisivi.

Avverrà così che le famiglie dominanti di Amelia manife­steranno visivamente il loro ampliamento d’interessi con la costruzione di dimore sempre più ampie e « nobili » in luogo delle precedenti, fino a farne veri palazzi di famiglia (si pensi agli stessi Geraldini e ai loro collegamenti con gli ambienti artistici, ai Farrattini...), nei quali però non si esaurisce tutta l’attività del clan ormai volta al di fuori di Amelia. Essi resta­no comunque la sede di prestigio nella quale ospitare i pon­tefici di passaggio (Niccolò V, Sisto IV), anche se, come an­nota il Di Tommaso estensore di una Guida 52 della città, tutto ciò avveniva a spese del Comune…, o i personaggi più in vista del tempo, o celebrare le tappe più luminose della poli­tica matrimoniale.

Gli stessi vescovi cittadini sono espressione del notabilato amerino, come indica la nomina di due Nacci nel Quattro­cento (Ugolino e Cesare), due Farrattini (Baldo e Bartolo­meo) e due Moriconi (Giustiniano e Giovanni Domenico) nel Cinquecento 53.

Il sistema amministratiyo introdotto da papa Martino si mantiene nel periodo successivo, anche se con le nuove inva­sioni di Francesco Sforza, Niccolò Fortebraccio e Niccolò Piccinino con l’appoggio di Corrado Trinci viene occupata nuovamente gran parte dell’umbria e del Patrimonio, seppure per breve tempo 54. Le distruzioni operate nel territorio met­tono a dura prova la sopravvivenza stessa dei castelli, i cui abitanti si trovano certo in condizioni peggiori degli Amerini: Fornole e Montecampano furono infatti incendiati dal Picci­nino 55. Se aggiungiamo le ripetute epidemie (1448, 1468, 1472, 1478, 1481, 1486,…1522) accompagnate o precedute dalla presenza di truppe nemiche, ma anche amiche, dall’im­posizione straordinaria di contributi, attraverso i quali lo Sta­to attua il suo dominio e le comunità riconoscono lo statum subiectionis, si percepisce anche il quadro preciso di riferi­mento che sta dietro la fondazione del Monte di Pietà nel 1470 56, istituto più complesso e più efficace dei preesistenti organi assistenziali, che, però, continuano ad espandersi con l’appoggio delle confraternite o di privati, come l’ospedale di 5. Maria dei Laici 57.

C’è anche da considerare che il quadro impositivo globale, incentrato d’ordinario sulla tassa del sale ed il sussidio, che già nel Quattrocento aveva riassunto le tre precedenti impo­ste del focatico, tallia militum e procuratio, prevedeva local­mente entrate ordinarie (pascolo, macello, sale e macinato) vendute al miglior offerente 58 e straordinarie, stabilite, per esempio, per il vettovagliamento delle truppe 59 o per i risar­cimenti da versare ai nemici 60.

C’è da chiedersi allora quale fosse, oltre quello più pro­priamente amministrativo - di cui si è parlato - il quadro eco­nomico sul quale venivano ad insistere tali imposizioni. La consistenza economica dell’Amerino è quella di un’area colli­nare con morfologia più aspra di quanto farebbero pensare le effettive altitudini (250-350 metri il versante prospiciente il Tevere con Guardea, Alviano, Giove e Penna; 350-450 nella zona più interna con Lugnano, Porchiano, Montecampano, Amelia, Foce, Frattuccia), collocata marginalmente rispetto alle grandi vie del transito e del commercio, sulla quale s’intrecciano l’attività agricola e quella silvo-pastorale.

Possiamo a questo punto, più significativamente, descrive­re la città stessa con le parole usate nel secondo Quattrocen­to da Antonio Geraldini per la sua terra natia: « [Ameria] ha­bet post terga a septentrione altissimos Umbriae montes, quindecim millibus passuum continuis jugis in ea parte pro­tendentes, ipsa im medio ad eorum radices sita, in quodam amoenissimo colle a laeva a Nare fluvio, a dextera a Tiberi pari quinque millium spatio distat » 61.

Il principale collegamento viario, attraverso il quale muo­vevano i pellegrini diretti da Todi a Roma ma anche gli eser­citi più o meno organizzati, è l’Amerina che, passando tra le grandi arterie storiche della Cassia e della Flaminia, collega­va il Lazio settentrionale (Nepi, Faleri, Orte) con l’Umbria meridionale (Amelia, Todi, Bevagna, Perugia) per poi riunirsi attraverso Gubbio alla via per Fano 62.

Il territorio — come ha indicato .J.C. Maire Vigueur — era interessato dalla transumanza del bestiame diretto dall’Ap­pennino attraverso Bevagna, Todi e Orvieto verso il Patrimo­nio o da Norcia o Leonessa attraverso Ferentillo, Spoleto, i Monti Martani, Todi, San Gemini, Amelia ai pascoli della Tu­scia, tanto che lo stesso studioso, indagando sulle provenien­ze delle greggi, ha individuato un’area precisa rappresentata dai territori di Todi, Amelia, Lugnano e Narni, che ha defini­to come Patrimonio orientale63. Dopo l’istituzione della Dogana del Patrimonio ai primi del Quattrocento (1402-1424), la transumanza che parte dalla zona centrale dell’Appennino accentua i propri legami con la Maremma laziale, privilegian­do nel concreto percorsi che evitano contemporaneamente il fondovalle ed il pagamento dei pedaggi alle comunità delle quali si sfiorano i confini 64.

Così, se i mercati locali traggono giovamento da questa osmosi, le finanze cittadine, incentrate sulla gabella generale e poi su quelle del pascolo, macello, piazza, cenci, misure, pesci e vino, ne traggono molto minor vantaggio, tanto che le entrate della Tesoreria del Patrimonio nel 1441 stabiliscono una precisa scala gerarchica nella quale Amelia con 337 du­cati non occupa certo i primi posti, distanziandosi anzi di molto da Rieti (850), Nani (750), Terni (650) e Orvieto (550) 65.

Sul versante agricolo la persistenza di forme contrattuali enfiteutiche caratterizza nel periodo più antico le aree più elevate, mentre in quelle vallive e in periodi più tardi si evi­denziano anche rapporti di tipo terziario 66.

Lo spoglio delle Riformanze amerine negli anni che segna­no il passaggio tra i due secoli è ritmato dalle nomine dei membri del Consiglio degli Anziani, tra cui fu anche il cele­bre pittore Pier Matteo Manfredi 67, del podestà e di vari go­vernatori della città, unita prima a Spoleto 6832, poi a Rieti ,69 e Terni ,70soggetta al legato di Perugia e Umbria nel 1514, in circostanze straordinarie, quando cioè, nel manifesto intento di operare, come nel 1475 71, una pacificazione gene­rale del territorio, si supera anche la distinzione tra terre im­mediate e mediate.72 Poi, l’anno successivo, un breve di Leo­ne X estende ad Amelia, ma anche a Narni e Terni, cui è ac­cumunata da un unico governatore, una normativa della pro­vincia del Patrimonio, relativa a fuorusciti viterbesi 73.

Per questioni straordinarie, in questo periodo in massima parte d’ordine militare, veniva poi nominato un commissario papale con competenze specifiche, come, nel 1498, per stipu­lare la pace con la vicina Orte 74 o, nel 1528, per sedare il contrasto con Montoro 75 incarico che, a volte, si sovrappone a quello principale di governatore. A questi uffici si aggiun­gono quelli con competenze assai più ristrette dei capitani delle cinque contrade: Piazza, Colle, Valle, Pusterla e Bor­go76 , i vicari dei castelli soggetti 77 i notai per le cause civi­li 78, all’occorrenza i catastieri 79.

4. « IL POTERE CENTRALE»

La concessione del libero passaggio alle truppe guidate da Bartolomeo de Vignola nel 1485 80 ma anche la nomina degli incaricati della demolizione dei castelli ostili (Alviano, Attigliano, e Guardea) 81, delineano un contesto guerresco più o meno continuo, nel quale la protezione dei cardinali Giovan­ni Colonna, Giovanni Battista Savelli e Carlo Orsini, sancita con l’apposizione degli stemmi dei primi due sul Palazzo de­gli Anziani, assume un valore che va oltre il generico riferi­mento ad autorità più elevata, il che resta comunque insuffi­ciente qualora il pericolo diventi veramente vicino 82.

È il caso di quello costituito dagli Alviano e, in particola­re, da Bartolomeo, cresciuto non solo tra le vicende familiari degli scontri tudertini tra Atti e Chiaravallesi, ma anche alla scuola dei molti uomini d’arme di questa parte dell’Um­bria.83 In posizione mutevole nei confronti del papato, egli milita ora con gli Orsini nella guerra indetta da Sisto IV con­tro Ferrara 84, ora ne è alle dirette dipendenze come stipen­diario di Alessandro VI 85, ora suo nemico 86 a seconda della posizione del papa nei confronti degli stessi Orsini.

La situazione amerina nei confronti del territorio, e in particolare in rapporto ai castelli di Alviano, Attigliano e Guardea, è soggetta alle medesime varianti: occupato da Bar­tolomeo nell’89 87 ripreso nel ‘94 con una finta devoluzione al re di Francia effettuata da Bernardino Geraldini, Ludovico Archileggi, Fabrizio Ascani e Cristoforo Cansacchi, diviene oggetto l’anno successivo di un accordo effettuato su pressio­ne papale con l’abate Bernardino, non dissimile quanto a de­cisione ed energia dal fratello88.

Avvenimenti decisivi per gli Stati italiani, come la discesa di Carlo VIII, e sussulti rappresentati dai contrasti locali con­tinuano ad alternarsi quasi freneticamente, al punto da ren­dere — come ho già detto — difficile l’individuazione di una li­nea portante.

Nel contrasto tra papa Borgia e gli Orsini, Bartolomeo d’Alviano è incaricato con successo della difesa di Bracciano (1496), anche se, nell’occasione, il contributo del Vitelli risul­tò decisivo. 89 Gli Amerini, per quanto spinti dal pontefice contro i possessi dell’Alviano scomunicato, manifestano la lo­ro superiorità con un controllo armato esercitato, assieme ai Colonna e ai Savelli, sui territori di Viterbo, Amelia, Rieti e Terni senza però riuscire ad entrare in Alviano 90. Anzi, il ra­pido rientro di Bartolomeo, con la distruzione e quindi la re­stituzione di Lugnano alla S. Sede senza esborso in denaro grazie all’intermediazione di mons. Agapito Geraldini 91 li in­ducono ad una rapida pace che non impedisce, di lì a poco, la devastazione del castello di Porchiano e del territorio con danni per più di 2.000 ducati da parte, come scrivono le fon­ti, « dell’infido Bartolomeo» .92
5. I MODULI DEL POTERE LOCALE: LE FAMIGLIE DOMINANTI E LE CAR­RIERE POSSIBILI

Negli avvenimenti di questi anni si mette in evidenza co­me intermediario degli interessi amerini presso il pontefice mons. Agapito Geraldini, esponente della nota famiglia, la cui rilevanza nella storia cittadina si consolida proprio a partire dalla seconda metà del Quattrocento con la nomina eredita­ria a conti palatini, concessa a Matteo di Angelo, governatore delle Terre Arnolfe 93 portata avanti da Angelo, il vero «re­staurator domus Geraldinae », in onore del quale, durante la commenda, furono dipinti da Giovanni Fiorentino gli affre­schi di Sant’Erasmo in Cesi94 , proseguita con la riserva del­l’arcidiaconato appositamente istituito nella cattedrale nel­l’8095 , l’elezione di Stefano a gonfaloniere nel ‘93 96, la parte­cipazione di Bernardino nel ‘97 alle trattative per una delle tante paci di questi anni 97.

Giovanna Sapori, a proposito del ruolo svolto dai Geraldi­ni nella committenza artistica del ‘400 e ‘500, ha giustamente descritto questa complessa attività, esercitata sempre per cu­ra e tutela della famiglia e della patria, come « un’orientata distribuzione di privilegi, incarichi, aiuti finanziari » 98. La nuova residenza familiare fatta costruire da mons. Angelo, Vescovo di Sessa Aurunca 99, come i monumenti funebri per i familiari scomparsi affidati ad un Agostino di Duccio sono il simbolo tangibile per così dire della potenza del clan e della grande benevolenza di Sisto IV100.

Anche il nipote di Angelo, Agapito, percorre tutto il con­sueto cursus honorum, che implica una serie di uffici in pa­tria (canonico, arcidiacono), il trasferimento a Roma con in­carichi più importanti e redditizi (abbreviatore delle lettere apostoliche), il rientro strategico in Amelia a seconda delle contingenze politico — militari o delle necessità della strategia familiare (per esempio per la stipulazione del contratto nu­ziale del fratello Virgilio). Unito per la frequenza all’Accade­mia Pomponiana con il precettore del Valentino Giovanni Ve­ra 101 e quindi con i Borgia, e prima segretario del card. Gio­vanni legato di Perugia proprio nel tormentatissimo biennio 1497/98 102 passa poi al diretto servizio di Cesare Borgia che accompagna in Francia, quindi a Milano, preparandone le successive mosse italiane 103.

Amelia, nel persistere delle lotte tra Orsini e Colonna rie­sce come detto, proprio grazie ad Agapito, a sfuggire alle ire del papa, poiché aveva parteggiato per i secondi; cade però in un pericoloso isolamento prodotto dall’alleanza con i Chia­ravallesi di Todi, sconfitti nel ‘99, che si risolve l’anno succes­sivo nella perdita e devastazione dei castelli di Porchiano e Giove ad opera di Ferrante Farnese, Lugnano di Bernardino e Aloisio Alviano, Penna di Gian Paolo Baglioni e, infine, an­che di Macchie per mano di Aloisio Alviano e Blaxino degli Atti e di Montecampano, su cui si riversarono Vitellozzo, gli Orsini e gli Ortani 104. Non rimase che porsi sotto la diretta tutela del Valentino e cercare composizioni pecuniarie con gli occupanti, oltre che con lo stesso pontefice 105 !

La partecipazione degli ambasciatori cittadini ai festeggia­menti per le nozze di Lucrezia con il duca Alfonso d’Este e poi il passaggio del corteo nuziale per il territorio 106, quindi quello delle truppe del duca medesimo diretto a Camerino, al quale pagare il residuo della somma «richiesta» dal papa per le necessità militari (1.000 ducati) 107, coinvolgono l’Ame­rino nella più vasta politica pontificia, della quale Agapito ri­sulta un fine interprete e sostenitore.

Così, mentre troviamo l’eco degli avvenimenti di Senigal­lia nelle Riformanze, poiché si chiede nel gennaio 1503 al go­vernatore di Amelia e Rieti che provveda a bloccare il transi­to dei seguaci degli Orsini e Vitelli 108, i medesimi fatti vengo­no definiti dall’altra parte, che è quella di mons. Geraldini, agli Anziani come «grandi e gloriosi gesti di [un] magnani­mo principe, producto da Dio ad depressione de li tiranni et liberatione d’Italia» e, nello specifico, incaricato di «quietare tucto lo Stato de la Chiesa, come fu al presente » 109. Sebbene queste frasi facciano pensare a Machiavelli, con cui Agapito fu amico e al Principe, i Fiorentini non si fidarono comunque del Borgia, che temevano di trovarsi davanti dopo la conqui­sta della Romagna e così pure i Senesi, presso i quali il se­gretario svolse una difficile ambasceria rimasta senza esito, il che coinvolge dunque anche Geraldini nel fallimento della politica del Valentino .

La sorte di Lugnano, ripresa dagli Amerini e poi riconqui­stata dall’Alviano alla morte di Alessandro VI, è significativa dell’instabilità di queste terre della Chiesa, travolte prima dal sogno di potenza di Bartolomeo d’Alviano, poi da quello di Cesare Borgia, quindi dal loro sovrapporsi e, infine, di nuovo da quello del condottiero umbro, per il quale la possibilità di una signoria su Todi, Di-vieto, Alviano e Amelia si fece effet­tivamente concreta alla caduta del Valentino, senza però attuarsi.

In pratica, la vicenda personale di mons. Agapito, sostitui­to nell’incarico presso il Borgia fin dall’aprile del 1504, si chiude con il ritiro a vita privata (1506), che precede di poco la morte di Cesare (1507) e l’allontanamento dall’Umbria del­l’Alviano. Solo più tardi la vedova di questo, Pantasilea Ba­glioni, riprenderà i contatti con Amelia, chiedendo addirittu­ra agli Anziani di fare da intermediari contro Consolo d’Al­viano nella difesa dei propri diritti. 110


6. L’« ALTRA » AMELIA: IL MONTE DI PIETÀ

Gli sgravi fiscali concessi subito dopo dal nuovo pontefice Giulio lI, cioè il dimezzamento per cinque anni della tassa della podestaria (il podestà viene sostituito da un dottore in diritto civile con metà « famiglia », rappresentano la presa d’atto dell’autorità centrale della situazione dell’Amerino de­vastato e ripetutamente invaso 111. L’iniziativa sancisce anche il tentativo di un ritorno alla normalità, la cui esistenza, in realtà, non sembra mai essere venuta meno, come indicano, per esempio, i ripetuti solleciti e interventi delle autorità cen­trali e locali contro l’eccessivo lusso delle donne amerine o l’esosità delle doti 112 cui però si concedono deroghe per esempio a Pompilio Geraldini di Amelia113, come erano proseguite, d’al­tra parte, le donazioni e le elemosine alle istituzioni religiose che si vanno costituendo o ristrutturando.

Negli anni coincidenti con l’episcopato dell’amerino Gio­vanni Domenico Moriconi (1523-58) si fa più forte, rispetto alle origini, l’influenza ecclesiastica e francescana in specie, che prima era mancata proprio per le tensioni esistenti tra comunità e conventuali di 5. Francesco, sulla struttura ed il funzionamento del Monte di Pietà114. I successivi Monti fru­mentari, dal primo chiamato Mandosi del 1563 si arriverà ad averne sette in città gestiti dalle confraternite ed uno almeno in tutti i castelli 115 stanno indubbiamente ad indicare, in pa­rallelo con il diffondersi della mezzadria nel territorio – come si è detto all’inizio – la risposta di carattere assistenziale delle popolazioni rurali al loro progressivosfruttamento e immiserimento 116.

La posizione della città continua a favorire la presenza di eserciti sul territorio: nel 1512 sono gli Spagnoli, in lotta con i Francesi, ad apparire attraverso il loro comandante, Prospe­ro Colonna, ospitato entro le mura dal suo capitano Stefano Cansacchi, che, dopo la morte avvenuta nel Milanese durante la campagna del 1522-23, ne accompagnerà la salma, con al­tri amerini, fino al castello di Paliano 117.

Il pontificato di Leone X segna una tregua più lunga delle consuete impiegata per la riparazione delle mura118 la pro­gettazione di un piano di fortificazione ad opera di Antonio da Sangallo il giovane, già presente in città per l’edificazione del palazzo di mons. Bartolomeo Farrattini119. Il ristabilimen­to dell’ordine pubblico in tutta la provincia è affidato in città ad un apposito commissario e nei castelli al vicario120; anzi al legato il papa concede di creare, laddove e per qualsiasi cau­sa lo ritenga opportuno, commissari mobili con propria scor­ta 121 mentre, stanti le malversazioni causate alle popolazioni locali dalle stesse truppe papali, interviene sulla stessa orga­nizzazione delle compagnie, sul vettovagliamento, l’alloggio e le multe da applicare nel caso di inosservanza 122.

Il suo successore, Adriano VI, prosegue l’azione di prote­zione della città minacciata dalla peste, sgravandola di un terzo del sussidio dovuto alla Camera 123. Mentre il Consiglio degli Anziani emana provvedimenti sui confini con Penna e agli abitanti di quel castello si proibisce di abitare il territo­rio amerino124 , cominciano ad apparire i primi mandati rela­tivi alle truppe di stanza o in transito nella zona125 . Nel giu­gno-luglio 1526 arrivano gli eserciti imperiali diretti alla capi­tale, dove capitani e soldati amerini si trovano a militare su fronti opposti. Mentre Narni venne devastata, Amelia, pur dovendo «ospitare » una numerosa compagnia con alcuni uf­ficiali, non subisce danni visibili, a meno che non si voglia considerare tra questi la peste diffusasi nonostante le precau­zioni prese 126.

Eventi vicini come il persistere delle discordie con Monto­ro127 , Narni e Terni, o senz’altro più remoti, perlomeno come origine ma comunque sempre qui vissuti, quali la discesa dei lanzichenecchi e la loro presenza a Colcello128 costituiscono le molte ombre di un panorama spesso non facile da decifra­re, nel quale le luci, tutto sommato effimere, sono quelle che accompagnarono, con giostre e tornei, le nozze di Olimpia Geraldini e Federico Cansacchi nel 1522 129 con le quali pos­siamo comunque ritenere concluso il nostro discorso.

MARIO SENSI
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