Atti del Convegno storico internazionale




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La famiglia Geraldini di Amelia

Ad Amelia, un’antica cittadina vescovile di area pontificia, dal 1326 operava un governo oligarchico misto con la parte­cipazione alle cariche politiche di tutti i cittadini, nobili e po­polari che disponevano di un certo censo; fu una partecipa­zione al potere, a quanto sembra, del tutto promiscua 130. Tra le famiglie nobili Cesare Orlandi elenca anche quella dei Ge­raldini 131. Ma assai tenui sono le tracce lasciate dalla parteci­pazione di questa famiglia alla gestione del potere cittadino. Di diverso spessore il ruolo svolto da alcuni membri di questa famiglia, presso la curia romana e la corte di Aragona, dalla metà del secolo XV, fino al secondo decennio del successivo. Quella dei Geraldini ha tutte le caratteristiche di una feudalità nuova — di creazione pontificia e regia — che si af­ferma nei servizi di corte e di governo, specchio dell’élite eu­ropea emergente.

L’inserimento dei Geraldini nella magistratura e quindi nella diplomazia fu favorito, almeno inizialmente, dalle stret­tissime relazioni di Amelia con Roma alla quale, del resto, la cittadina umbra si era sottomessa sin dal primo agosto 1307 e, da allora, per tutto il Medioevo, la carica di podestà fu ri­coperta da cittadini romani, pur con alcuni intervalli, conse­guenza di invasioni come quella da parte del re Ladislao nel 1414 132 e di Francesco Sforza nel 1434133. Il dominio dei Ro­mani su Amelia, ebbe come contropartita una serie di aiuti prestati al Comune, ma permise anche uno scambio di rela­zioni sia con le potenti famiglie romane, fra cui gli Orsini e i Colonna134. Non meno significative, per l’acquisizione di nuo­ve relazioni, le stesse brevi parentesi durante le quali Amelia fu occupata da invasori come Ladislao di Napoli, Tarlalia da Lavello, o Francesco Sforza.

A celebrare per primo i fasti della famiglia Geraldini fu An­tonio, figlio di Andrea di Giovanni e di Graziosa, figlia di Mat­teo d’Angelello. Ambedue i genitori appartenevano alla famiglia Geraldini, ma Andrea era del ramo di Lello di Colaolo135;Graziosa del ramo di Cello di Colaolo 136; e Colaolo, padre di Lello e di Cello, nel 1327 aveva fatto parte del consiglio dei Dieci che governava la città di Amelia 137.

Ultimo di quattro figli, Antonio Geraldini, legato non me­no che Alessandro, fratello per parte di madre, alla celebre impresa di Cristoforo Colombo, nel 1469, ancora adolescente si era recato in Spagna con suo zio Angelo, vescovo di Sessa Aurunca 138. Poeta forbito, non ancora ventenne Antonio dedi­cava squisite composizioni latine a papa Paolo II, al card. Bessarione e al card. Valentino Borgia139. Cantore degli anna­li di Alfonso d’Aragona, Antonio si vide conferire alte onorifi­cenze, quali la corona di poeta a soli 22 anni, e i titoli di conte palatino e di protonotario apostolico. Fu appunto Anto­nio il primo che, probabilmente su consiglio dello stesso zio Angelo, vescovo di Sessa Aurunca, scrivendone nel 1470 la biografia, dal titolo De vita rev. in Chr. p. Angeli Geraldini episcopi Suessani et de totius familiae Geraldinae amplitudine, narrò accuratamente con il curriculo di Angelo, le origini della famiglia facendo precise annotazioni sui fratelli e sui parenti più stretti i quali, seguendo i più la carriera ecclesia­stica, per oltre mezzo secolo godettero i favori dei papi e del­la Casa d’Aragona.

La Vita Angeli è un testo di notevole interesse, attesa la scarsità di siffatte fonti di genere biografico. Vi si celebra An­gelo e, di riflesso, la famiglia e la città Amelia, sua patria; ed è una puntigliosa ricostruzione della rapida ascesa e della brillante carriera di un provinciale che, grazie a potenti pro­tettori e a una riconosciuta capacità di governo sostenuta da innumerevoli altre qualità, puntualmente messe a frutto, ha lasciato un’impronta nella diplomazia e nella cura della fami­glia, della sua patria e di Sessa Aurunca, sua sede episcopale: nulla tralasciando dei suoi doveri di servitore del potere, di parente, di cittadino e di vescovo. ravvivando la stirpe dell’olivo — che è lo stemma gentilizio del casato — aveva fatto uscire nuovi germi per la casa Geraldina »140. Matteo d’Angelello

Si legge nella Vita Angeli che suo padre Matteo, «ai tempi nostri, quasi di Cello, era un giuri­sta che, dopo aver ricoperto la carica di podestà ad Ancona (1422), era divenuto membro del consiglio dei Dieci di Ame­lia e cittadino romano141 . Sposatosi con Elisabetta Gherardi, aveva avuto da lei dieci figli. Angelo, il primogenito, venne alla luce il 28 marzo 1422; sogni premonitori, che annuncia­no la sua nascita e accompagnano i suoi primi importanti passi, ne fanno intuire la futura grandezza. La numerosa fa­miglia costringe Matteo a contrarre dei debiti; ma, come si apprende da un passo della Vita Angeli dal titolo merita in parentes, dove viene esaltata la generosità di Angelo verso i familiari, il figlio Angelo, giovanissimo prelato della curia pontificia, non solo riesce a pagare i debiti contratti dal pa­dre, ma gli procura pure le cariche di pretore a Macerata (1447), Jesi e Nocera, e nel 1455 da Callisto III il titolo di conte palatino esteso ai suoi discendenti 142. Lo stesso Angelo aprirà alla famiglia inaspettate prospettive, portandola alla ri­balta delle maggiori corti europee. E’ quanto si precisa nella Vita Angeli dove già in apertura si afferma che, se Matteo fu colui che ridiede vigore alla famiglia, a fare tuttavia la fortuna di questo ramo Geraldino fu Angelo vescovo di Sessa Au­runca, «familiae Geraldine princeps et instaurator ». Suo stemma episcopale un olivo montato da tre stelle, inquartato con l’arma gentilizia degli Aragona. L’albero adombra la città di origine con la quale la famiglia Geraldina intese identifi­carsi, mentre le tre stelle, indice di buon auspicio — o, come si legge nella stessa Vita Angeli, segno del favore di Venere, Giove e Marte — ben riassumevano le ambizioni, in parte rea­lizzate, di questo personaggio, divenuto un rappresentante ti­pico della diplomazia di fine sec. XV, prima dell’epoca degli ambasciatori permanenti e delle diplomazie professionali. E per tutto il secolo XVI i Geraldini non cercarono ascen­denze che, oltre Angelo e più di lui, avessero nobilitato il ca­sato, teste il De familiis illustribus Italiae di Fanusio Campa­no, un’opera che sarebbe stata compilata nella prima metà del sec. XV. Fanusio Campano è in realtà uno degli pseudo­nimi del medico Alfonso Ceccarelli, il noto falsificatore di Bevagna, colui che inquinò le genealogie di mezza Italia143. Lo scritto, messo in circolazione verso il 1568 e introdotto nelle maggiori biblioteche di quei tempi, per la famiglia Ge­raldini Ceccarelli si limita a riferire però quanto si legge nei primi paragrafi della Vita Angeli 144.

Gamurrini, nell’Istoria genealogica delle famiglie nobili di Toscana e Umbria, ritiene che il casato di Amelia sia un ra­mo dei Geraldini di Firenze145. Neppure questo tuttavia con­corda con quanto ebbe a scrivere lo stesso Antonio Geraldini, per il quale tutti i rami della stirpe Geraldina ebbero origine in Amelia da dove poi si diffusero in altre città come Bolo­gna, Firenze, Cento, Milano e persino in Irlanda, per ritrova­re la loro comune origine in Angelo, con cui si identifiche­ranno 146.

Parrebbe che i Geraldini discendano da un’antica casata medio-bassa di domini o di milites, una delle tante minori si­gnorie rurali dell’Umbria meridionale. Lo lascia intendere An­tonio, il biografo di Angelo e lo dà per certo Belisario Geral­dini, l’editore di Angelo, poiché Colaolo, un antenato dei Ge­raldini147 nel 1327 fece parte del consiglio dei Dieci che go­vernava la città e a questa reggenza potevano appartenere so­lo i nobili 148. Di certo, a partire dalla metà del sec. XV, il ve­scovo Angelo per sé e per i suoi fratelli e discendenti, conse­guì nel 1454 il titolo comitale da Federico III, in occasione della sua venuta a Roma: fu un’investitura per servizi prestati in qualità di diplomatico; mentre l’anno successivo, in quanto consigliere e segretario di papa Callisto III, Angelo ottenne dallo stesso pontefice il titolo di conte palatino per suo padre, i suoi fratelli e discendenti 149. E’ invece destituita di fondamento la notizia, del resto tardiva, che i Geraldini siano venuti dalla Valacchia, in Italia, al seguito di qualche imperatore Germanico150.

Emblematiche, come specchio delle difficoltà incontrate da quella folla di ecclesiastici umbri passati in età umanistica al servizio della curia romana e per i quali rimangono tracce, specie nel campo artistico, ancorché labili, sono le prime tap­pe: un cammino tutto in salita, ma che, se affrontato con ca­parbietà e dedizione, porterà al successo, come da visione che lo stesso Angelo ebbe a Todi nel 1435 quando, a soli quattordici anni, messosi al seguito di Alessandro Sforza di passaggio in Amelia, dopo sei mesi, spinto dall’emulazione, decise di riprendere gli studi e si dedicò alla giurisprudenza. La prospettiva del successo permise ad Angelo di affrontare con coraggio le difficoltà che gli si prospettano, e in primo luogo quelle finanziarie. Il genitore, gravato da altri nove fi­gli, avrebbe voluto richiamarlo con sé per avere da lui un qualche aiuto. Angelo è tuttavia convinto che diverso e ben più proficuo sarebbe stato l’aiuto che avrebbe potuto dare al­la famiglia se avesse profittato degli studi. Da Perugia, dove aveva studiato lettere e diritto, passa a Siena dove prosegue gli studi con l’umanista Francesco Filelfo, il maestro che lo fa accogliere nel mondo universitario, come lettore presso l’Università di Siena; è lo stesso che lo introduce anche nellacarriera diplomatica, ottenendogli di mettersi al seguito degli oratori di Siena al re di Cipro. Spinto ancora dall’emulazio­ne, Angelo riprende gli studi, ma la diplomazia ben presto di­viene la sua passione. Nel 1443, trovandosi papa Eugenio IV a Siena, Angelo per tre volte, e con successo, si esibisce in pubblici saggi su questioni di diritto. Fu un mettersi in mo­stra che colpì nel segno; fu notato infatti dal card. Domenico Capranica, una delle più rimarchevoli personalità del collegio cardinalizio del secolo XV che si trovava al seguito di Euge­nio IV. Entrato nelle grazie del cardinale, la vita di Angelo subì così una svolta decisiva. Da quel momento l’ascesa di­venne rapida e la carriera brillante: diplomatico, rettore della Nuova Sapienza di Perugia e poi di quella Vecchia; abbrevia­tore apostolico di Niccolò V, segretario di Callisto III, datario di Pio Il e protonotario apostolico (1458), fra l’altro compie per il pontefice importanti missioni a Milano presso France­sco Sforza per conoscere il suo orientamento nei confronti di Ferdinando succeduto ad Alfonso nel regno di Napoli. Rimet­te quindi pace tra il Duca di Milano e quello di Savoia. E mentre si trova in Francia per incontrarsi con il re Renato, nemico di Ferdinando d’Aragona, ivi inviato per spiegare le ragioni del riconoscimento da parte della Santa Sede di que­st’ultimo, gli giunge la nomina di governatore di Carpentura­te (Carpentras) e della contea di Venassino dove rimase due anni (1458-61).

Ritornato a Roma, Pio Il nel 1461 lo nomina vescovo di Sessa Aurunca. A sollecitare presso il pontefice questa pro­mozione era stato Francesco Sforza; e nella lettera personale che il duca inviò a Pio Il il 15 aprile 1461, il protonotario apostolico Angelo è definito « utile ad durare ogni fatica et sufficiente ad governare ogni impresa che Vostra Santità gli darà »: e i titoli di lavoratore indefesso e di devoto servitore ben qualificano il percorso fino ad allora compiuto da Ange­lo151.Era stato lo stesso Angelo a rivolgersi, l’anno preceden­te, allo Sforza; lo aveva fatto, a voce, di ritorno da Venassino e, con lettera, il 28 aprile 1460. Concludeva quest’ultima di­cendo di essere disposto a ben ripagare un siffatto servizio poiché, « essendo richo, porrò meglo servire che si fosse po­vero »152 . E si trattò di una ricchezza notevole, conseguita in pochissimi anni, grazie al cumulo di benefici ecclesiastici e di vitalizi: denaro che Angelo in primo luogo, come si ap­prende dalla stessa Vita Angeli, profuse per il padre, cui assi­curò una vecchiaia ricca di onori; quindi per i quattro fratel­li 153 ai quali pagò gli studi e procurò benefici, cariche e titoli; inoltre per le doti delle quattro sorelle — la più piccola era morta di peste — nonché per costruire in Amelia un magnifi­co palazzo, acquistare orti in città, tenute in campagna — una sola delle quali misurava 800 iugeri, circa 20 ettari — e persi­no comperare due castelli, quelli di Seppi e di Lubriano a Bagnoregio 154.

Ma della sua diocesi di Sessa Aurunca, dove fu vescovo dal 1462 alla morte, non sembra si sia preoccupato più di tanto: così, anziché trasferirsi a Sessa per il nuovo incarico pastorale, lasciò che il papa si servisse di lui come commis­sario di guerra nella lotta contro Sigismondo Malatesta e poi come governatore della provincia assai irrequieta di Fano. E che sue preoccupazioni principali non fossero state quelle pa­storali appare ancor più chiaramente quando, per cinque an­ni, benché vescovo diocesano, offrì i suoi servizi diplomatici alla casa d’Aragona (1468-73). E tuttavia quando nel 1472 ra­gioni politiche lo consigliarono di ritirarsi in diocesi, nei quattro mesi estivi in cui vi rimase ne rinnovò, con un forte contributo personale, il duomo e il palazzo vescovile 155.

In occasione della missione compiuta nel 1469 presso Giovanni Il d’Aragona per coordinare, su incarico di Ferdi­nando di Napoli, la risposta all’offensiva francese, Angelo portò con sé suo nepote Antonio Geraldini, diciannovenne, il quale si fermerà a corte raggiunto, ben presto, dal fratellastro Alessandro 156.

Quando nel 1476 ospitò in casa sua per venti giorni Sisto IV venuto in Amelia per scampare la peste, il vescovo Angelo era ancora nel pieno vigore delle sue forze. La sua carriera diplomatica culminò con una missione difficile e impegnati­va, quella di Basilea (1482-1484) con il compito di impedire l’iniziativa dell’arcivescovo di Krajina, il domenicano Andrea Jamometic per la ripresa del concilio di Basilea con intenzio­ni antipapali. L’esito fu insoddisfacente; ciò nonostante Ge­raldini ricevette nuovi incarichi: una missione presso i Re Cattolici, governatore di Perugia e da ultimo la partecipazio­ne alla direzione della guerra tra Innocenzo VIII e Ferrante di Napoli: cardinale in pectore, ma ormai spossato dalle fati­che, la morte lo coglieva a Veio, mentre guidava le truppe pontificie contro il re di Napoli. Era il 3 agosto 1486157. Le sue spoglie, riportate in patria, furono sepolte in S. France­sco nella cappella gentilizia costruita dal fratello Giovanni, vescovo di Catanzaro.

Questi che, grazie a suo fratello Angelo aveva ottenuto ri­levanti incarichi nel Regno di Napoli, fino a divenire vescovo di Catanzaro, preferì tuttavia soggiornare a Roma e in pa­tria158 dove appunto fondò la propria cappella nel duomo, de­dicandola a S. Giovanni Battista e fece erigere l’altra per i genitori Matteo e Elisabetta nella chiesa di S. Francesco, af­fidando nel 1477 il monumento funebre a un artista di fama come Agostino di Duccio, cappella che ben presto si trasfor­mò in mausoleo famigliare con monumenti funebri, in primo luogo quelli di Belisario, protonotario, morto nel 1480 e Ca­millo, abbreviatore apostolico, scomparso due anni dopo 159. Un insieme di sculture rinascimentali di maestranze specia­lizzate, e ben conservate, un caso raro in area umbra che do­cumenta le speranze e le ambizioni di Angelo, nepotista e ar­tefice della fortuna familiare avendo a ciascuno di loro pro­curato uno spazio nello Stato della Chiesa o alle corti degli Aragona, dove ricoprirono onorevolmente importanti posizio­ni nelle cancellerie, nei tribunali, nelle giudicature 160. Quel mausoleo inoltre, allo stesso tempo, riflette il raffinato gusto artistico dei Geraldini, ma anche il breve arco della loro for­tuna in patria.

Alla morte del vescovo Angelo, «Geraldinae familiae re­staurator»161 , due dei suoi nipoti, Alessandro e Antonio Ge­raldini, stavano insieme alla corte di Spagna e la leadership della famiglia in breve passò al secondo dei due che allora ri­copriva la carica di nunzio apostolico, presso la corte di Ara­gona. Fu in quello stesso 1486 che Cristoforo Colombo si presentò ad Antonio, per chiedere i mezzi necessari all’impresa che stava per tentare, la scoperta di un nuovo mondo. Il nunzio intuì i possibili sviluppi di quel progetto e si adoperò perché l’ammiraglio fosse ricevuto dai sovrani e fosse accet­tata la sua proposta. Se nonché Antonio non poté conoscere gli effetti della sua intuizione e del suo slancio generoso poi­ché moriva in Spagna nel 1489 a soli trentanove anni162. Al suo attivo, una brillante carriera diplomatica e una straordi­naria produzione letteraria quantificata in ventimilaquaranta­tre versi, novantotto orazioni, duecentotrenta epistole familia­ri163.

Nel frattempo erano scomparsi, ancora giovanissimi, due nipoti del vescovo Angelo, una promessa mancata per la fa­miglia Geraldina: nel 1480 Camillo, abbreviatore apostolico e arcidiacono di Amelia e due anni dopo, Belisario protonota­rio apostolico. Quindi vennero meno Girolamo che fu potestà di Bologna, Giovanni vescovo di Catanzaro (1488), e Bernar­dino il quale, grazie a suo fratello Angelo, nel 1460 era entra­to alla corte del re Ferdinando, divenendo governatore di Na­poli e viceré di Sicilia e ottenendo dal sovrano di inquartare lo stemma di famiglia con l’arma gentilizia degli Aragona: èquesto lo stemma di cui si fregiarono lo stesso Angelo, gli al­tri fratelli e i loro discendenti.

Bernardino mori nel 1499 e il testimone della famiglia Geraldini passò, almeno per qualche tempo, a suo figlio Agap­ito (1459-15 15).164 Dopo una brillante carriera curiale, papa Alessandro VI ne aveva fatto il segretario di suo figlio Cesare Borgia. Di lui si ricordano in particolare l’amicizia con Ma­chiavelli e i rapporti con Leonardo da Vinci che nel 1593 di­pinse il ritratto di monna Lisa, una Geraldini di Firenze, il cui casato fu in relazione con i Geraldini di Amelia sin dal 1467, anno in cui Angelo, per conto del pontefice e del sovra­no di Napoli compì una missione esplorativa a Firenze in vi­sta di una federazione degli Stati italiani165. Agapito moriva nel 1515, quando Alessandro, fratello di Antonio, il futuro ve­scovo di Santo Domingo, da qualche anno stava cercando di dare un nuovo impulso alla famiglia Geraldini. Alessandro che fino ad allora aveva dedicato il suo tempo all’educazione di quattro regine, figlie e nipoti dei re Cattolici166 , aveva in­trapresa la carriera ecclesiastica divenendo protonotario apo­stolico e vescovo di Vulturara e Montecorvino, diocesi suffra­ganea di Benevento. Rimasto a corte con l’ufficio di cappella­no maggiore del Re di Spagna, pur avendo ottenuto incarichi diplomatici rilevanti presso varie corti e presso lo stesso pon­tefice, non era tuttavia riuscito a trovare un proprio spazio. È quanto ebbe a lamentare velatamente nell’Itinerarium un’opera dedicata al pontefice Leone X dove, in forma allegorica, si narrano le avventure toccategli durante il viaggio che fece Alessandro per la sua nuova sede di S. Domingo che aveva ottenuto dall’imperatore Carlo V. Nel lib. XIV, dedicato a Cri­stoforo Colombo e alla sua impresa, Alessandro si lascia sfuggire l’espressione: « Quid enim adeo improbandum est quam hominem nullo decore agentem, nulla virtute, nulla doctrina, nullo ornamento insignem, altae magnorum virorum amplitudini detrahere? »167 . Gli strali sono di certo rivol­ti ai denigratori di Cristoforo Colombo, ma indirettamente parrebbero colpire anche i detrattori di Alessandro, una ge­nia d’uomini che dovrebbe essere eliminata dalla faccia della terra. Sembra che Alessandro si riferisca ai suoi detrattori nell’Ode per l’arrivo nelle terre della Zona Equatoriale là do­ve dice: « Fata valent nimium, fatis agitamur iniquis, sic tole­rante Deo; et saepe in toto pariter nos cernimus orbe quid mala fata ferant»168. Erano stati questi ostacoli a consigliare Alessandro, « iam senex et multa fortunae varietate quas­sus »169 di cambiare aria, ma la sua non è una vocazione missionaria in senso stretto, egli vuole recarsi nel nuovo emi­sfero perché ha in tasca un progetto straordinario, quello di creare nelle Indie un impero di S. Romana Chiesa. Lo ap­prendiamo sia dal memoriale inviato a Leone X, prima di partire per Santo Domingo, sia dalla lettera inviata, intorno al 1523, dalla sua nuova sede episcopale al card. di S. Croce, camerlengo di S.R.C. Più velate le motivazioni della richiesta fatta nel memoriale a papa Leone X: Alessandro vuole essere nominato vescovo missionario con poteri simili a quelli che papa Gregorio Magno affidò nel 596 all’abate Agostino invia­to con altri quaranta monaci fra gli Anglosassoni170 La ri­chiesta scaturisce da due presupposti: in questa parte del mondo il governo di Carlo sarà estremamente instabile, e l’a­zione dei vescovi sarà inefficace se non coordinata in loco da un rappresentante del papa. Quindi responsabilizza il ponte­fice dicendogli: « hec patria tua est. Ab Alexandro enim sexto pont. max. regibus Hispanis attributa est »171 ; un’infeudazione con riferimento alle bolle emanate da Alessandro VI l’anno dopo la scoperta dell’America e con le quali il pontefice con­cesse al re di Spagna e al re di Portogallo il diritto di orga­nizzare e di dirigere l’opera di evangelizzazione nel Nuovo Mondo172 . Senza addentrarci nella problematica circa la vali­dità dei titoli della conquista, di fatto in base al potere diret­to del pontefice in temporalibus, le bolle di Alessandro VI hanno seguito il viaggio di Colombo come una vera e legittima donazione delle nuove terre ai sovrani di Spagna. Sono queste anche le premesse di un progetto che, come il vescovo Alessandro si esprime nella lettera al card. Camerlengo, ri­guarda non la sua persona ma le stesse Indie dove intende «preparare al Pontificato romano un vastissimo impero»173.

Ma da quella stessa lettera si apprende anche che nonostante fossero passati quattro anni dalla sua nomina non era stata ancora pagata l’obbligazione ad commune servitium per la nuova sede, duecento monete d’oro, pari alla terza parte dei frutti di un anno di quel beneficio174 . E ora, a distanza di quattro anni dalla sua partenza dall’Europa, per far fronte a quest’obbligo, senza il quale non avrebbe potuto ottenere la bolla di nomina, Alessandro è costretto ad imprestarsi quel denaro da un banchiere genovese. Nel frattempo Alessandro aveva inutilmente perorato da Carlo V, da cui aveva ottenuto quella sede vescovile, una casa di proprietà della corona per fame l’episcopio e del denaro — ottomila monete d’oro — per costruire la cattedrale 175. Si era rivolto invano anche a papa Leone X chiedendogli il rilascio di un giubileo a favore dell’e­rigenda cattedrale e il dono, tramite un suo procuratore nella persona del nipote Lucio Geraldini, di alcune reliquie di mar­tiri: per racimolare un po’ di denaro per la cattedrale mons. Geraldini si dovette invece accontentare dell’indulgenza ple­naria comune, cioè quella che Leone X aveva promulgato il 9 ottobre 1513 per la fabbrica di 8. Pietro 176. Egli è ormai un sopravvissuto; la fortuna sembra aver voltato le spalle ai Geraldini e tuttavia Alessandro nel carme scritto in Santo Domingo, mentre si occupava della costruzione della sua cat­tedrale, alludendo allo stemma del suo casato cui sarebbe stato assegnato in quel tempio un posto di onore, aveva an­cora la forza di scrivere che le stelle dello stemma brilleran­no di luce propria: « At Geraldinae sacra signa gentis inde cum multo veniunt honore, sidere interno peramanda mul­tum, Palladis ardor »177. Di lì a qualche mese, forse ancora in preda al desiderio di lasciare tutto per ritornare a Roma, Alessandro chiudeva la sua esistenza in Santo Domingo; era l’8 marzo 1524.

Sogno e realtà non corrisposero.

Era accaduto che, fatta eccezione per l’Orazione rivolta da Antonio a Innocenzo VIII, per conto del re Ferdinando e di Elisabetta, regina di Spagna178 tutte le carte di famiglia e particolare la produzione letteraria di Alessandro e di Anto­nio Geraldini erano rimaste manoscritte 179; e molte carte, for­tunatamente riunite insieme, si trovavano nel 1544 nelle mani del loro nipote Onofrio Geraldini di Valerio, vicario e ca­nonico di 5. Domingo; questi, nel testamento dettato in quel­l’anno, le destinava a Sforza Geraldini vescovo eletto di Ca­tanzaro 180; ma nel successivo testamento, dettato nel 1550 do­po la morte del vescovo Sforza, veniva nominato erede uni­versale Alessandro Catenacci, Gli studi sulla suo nipote, figlio di sua sorella Graziosa iunior, con l’obbligo di fregiarsi del blasone e del cognome Geraldini 181. Fu così che i manoscritti di Casa Ge­raldini pervennero nelle mani dell’erudito Onofrio Geraldini dei Catenacci (+ 1650) 182 il quale nel 1631 pubblicò il famoso Itinerarium lasciato ms. dal vescovo Alessandro Geraldini, —opera iniziata a Santo Domingo nel 1520 e qui terminata due anni dopo — facendolo precedere da una breve nota biografi­ca e seguire da un corpus di scritti di cui sopra è stato fatto cenno 183.

Onofrio non pubblicò invece la Vita Angeli, testo che, ciò nonostante, circolò nelle biblioteche; e tra gli altri fu noto a storici ecclesiastici come l’Ughelli 184 e a prosopografi, come il Mandosi. 185.

Gli studi sulla famiglia Geraldini, con la pubblicazione di inediti, ripresero a partire dai festeggiamenti colombiani per il quarto centenario della scoperta del nuovo mondo. Fu mons. Belisario conte Geraldini, un erudito prete, ex alunno del seminario Pio e socio collaboratore della Società Umbra di Storia Patria, «a ridestare la memoria di Casa Geraldini», di cui a quel tempo rimanevano tuttavia due soli rampolli: lui, mons. Belisario del ramo di Lello che però in lui si inaridì 186; e Alessandro, germoglio unico della discendenza di Cel­lo, all’epoca giovane ventenne187 . Belisario che nel frattempo aveva pubblicato un fortunato opuscolo, La quiete dei confes­sori al sacro tribunale della penitenza, che ebbe ben quattro edizioni 188 licenziava nel 1892, presso la Tip. Petrignani di Amelia, l’opuscolo dal titolo Cristoforo Colombo ed il primo vescovo di Santo Domingo, mons. Alessandro Geraldini d’Ame­lia dove, dopo una premessa sui fratelli Antonio e Alessandro Geraldini, suoi antenati, in cui puntualizzava il loro ruolo nell’impresa di Colombo, dava un’accurata versione del lib. XIV dell’Itinerarium e di una parte del lib. XII 189. Dopo di lui l’erudito Annibale Tenneroni informava del rinvenimento di una redazione diversa dell’Itinerarium «molto fedele al primo getto dell’autore», scritta in volgare da Pompeo Mongallo da Leonessa; qualche mese prima quel codice, dalla libreria del conte Evelmno Cilleni Nepis di Assisi era passato a quella di Jeronimo Ferreira das Neves, residente a Lisbona 190.

Si era negli anni in cui, per volontà di Leone XIII, in con­nessione con l’apertura dell’Archivio Segreto Vaticano, la Bi­blioteca Apostolica si andava trasformando in una biblioteca moderna e quivi mons. Belisario, preposto della cattedrale di Amelia iniziò le ricerche il cui primo risultato fu la pubblica­zione di una raccolta di carmi di Antonio Geraldini, l’umani­sta più volte ricordato, l’amico di Cristoforo Colombo, di cui fu anche efficacissimo protettore191. La ricerca nella Bibliote­ca Apostolica Vaticana proseguì, e nel 1896 mons. Geraldini poté dare alle stampe la Vita di Angelo Geraldini egualmente scritta da Antonio suo nipote 192 e allo scopo utilizzò il De vi­ris Gerardinis di Onofrio Geraldini de’Catenacci, lo stesso che aveva pubblicato l’Itinerario del suo prozio Alessandro, vesco­vo di Santo Domingo; ma soprattutto fece uno scavo di ar­chivio nel notarile cittadino con il quale ricostruì l’albero ge­nealogico della famiglia; la Vita Angeli fu pubblicata nel Bul­lettino Umbro che porta la data 1896; le appendici con la ge­nealogia apparvero invece solo nell’estratto della Vita Angeli, datato Perugia 1895.

Nei primi del nostro secolo iniziò l’interesse per i monu­menti funerari dei Geraldini: uscì così nel 1916 il saggio del Colasanti 193; interesse rinnovato dopo gli studi del Brunetti (1965) 194 e della Sapori (1987) 195.

Mentre ad occuparsi della Famiglia Geraldini, ma con fini encomiastici, fu Carlo Cansacchi con più saggi usciti su la Rivista Araldica 196 e sul Bullettino Umbro197 , Rispondono egualmente a fini divulgativi l’agile volumetto della Frezza Federici 198 e la versione italiana dell’Itinerarium eseguita da Alessandro conte Geraldini del ramo di Cello199 , saggi ambe­due usciti per il cinquecentenario colombiano.

Nè sono mancati recenti saggi sui vescovi Geraldini, cin­que ne vanta il casato: così nel 1987 usciva il saggio di L. De Siena, I Geraldini e la Calabria200 , mentre su Alessandro ve­scovo di Santo Domingo sono usciti nel 1950 il saggio di Biermann 201 e nel 1987 quello di Tisnés 202. Ma è soprattutto su Angelo Geraldini che si è incentrata l’attenzione della ri­cerca, merito di Jürgen Petersohn, specialista della storia ec­clesiastica della Pomerania, che nel 1985 ha pubblicato un saggio magistrale su Angelo Geraldini, un diplomatico del quattrocento 203. Il lavoro è sostenuto da una ricerca archivi­stica

vasta che ha condotto Petersohn in varie città europee. Fonte principale per la conoscenza di Angelo, il restauratore della stirpe, è la Vita scritta dal nipote Antonio sulla scia del­la quale l’autore ha ripercorso, trama dopo trama, l’estesissi­ma maglia di relazioni che hanno fatto di Angelo un perso­naggio di spicco della diplomazia europea della seconda metà del Quattrocento. Ben quindici le pagine dedicate alle fonti e alla bibliografia utilizzata. 204 Quali fonti inedite vengono indi­cati diversi fondi presenti in 18 archivi, 8 biblioteche e un museo localizzati in 20 città europee. A queste si aggiungano quattro pagine di fonti edite e 14 pagine di bibliografia e si può desumere l’impegno della ricerca e la serietà dei risultati storiografici. L’esposizione si articola in 14 capitoli due dei quali sono dedicati alla famiglia Geraldini e alla politica familiare del vescovo Angelo.

Lo stesso Petersohn due anni dopo ha pubblicato un se­condo volume contenente 7 dispacci e altrettanti memoriali del Geraldini quando era legato pontificio a Basilea negli an­ni 1482-83, preceduti da una ricca introduzione storica, argo­mento che, senza la dovizia della nuova documentazione, era già stato affrontato nei capitoli IX-X del precedente lavoro. 205
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