Atti del Convegno storico internazionale




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La via delle Indie tra immaginario

e conoscenza alla fine del XV secolo


Dell’India, l’antichità e il medioevo avevano molto e dottamente parlato. L’avverbio «dottamente» non vuol essere af­fatto ironico: in realtà, una lunga linea di auctores greci e la­tini, dai famosi paragrafi 97-106 del III libro di Erodoto in poi, avevano trattato dei mirabilia del mondo «orientale »: e, se politicamente parlando l’«Oriente» era anzitutto la Persia, sul piano di quella che noi oggi — impropriamente e ambi­guamente, forse ingiustamente — chiamiamo « geografia fan­tastica » esso era l’India. Quella di Erodoto era la patria di popoli strani, di ricchezze fiabesche, di fenomeni straordinari come quello delle formiche scavatrici d’oro208. Ma Erodoto era stato preceduto dall’ammiraglio greco Scilace di Carianda, che fra 515 e 509, al servizio del Gran Re, aveva navigato in direzione sud-ovest dall’Indo al Mar Rosso descrivendo la sua straordinaria avventura in un «Periplo» oggi purtroppo per­duto, ma del quale c’informano Erodoto, Aristotele, Strabone. È forse Scilace il primo a menzionare il popolo dei «Pano­tii» dalle grandi orecchie nelle quali essi usano avvolgersi 209. E si fa troppo presto, dinanzi a notizie del genere, a parlare con noncuranza di «fantasticherie» o con pesante determini­smo di equivoci originati, chissà, da voci incontrollate o da costumi mal interpretati. Due modi «tranquillizzanti» di ri­muovere i problemi del passato che restano ostinatamente aperti e due differenti sistemi per bruciar ancora i rituali granelli d’incenso alla desueta ara d’un positivismo ohimè duro a morire, anzi sempre sull’orlo di riacquistare la sua de­testabile vita.

Fu un altro greco di Caria, al pari dell’ammiraglio Scilace, a trattare per primo specificamente delle meraviglie dell’In­dia: Ctesia di Cnido, medico alla corte del Gran Rc Artaserse Il fra 405 e 359, che nei suoi Indika trattò dell’India che i persiani meglio conoscevano, quella del nord-ovest, alternan­do — come amiamo dire noialtri nel nostro scostante linguag­gio etnocentrico e cronocentrico di gente secondo la quale solo gli occidentali moderni sono usciti dalla grande infanzia intellettuale del mondo — notizie attinte dalla biblioteca di corte, dati desunti dai racconti di mercanti e viaggiatori e «fantasie demoteratologiche». È difatti a Ctesia che noi dob­biamo le manticore, gli unicorni, gli sciapodi, i grifoni, i ci­nocefali. Egli ha diffuso queste meraviglie in testi che cono­sciamo e che ci sono pervenuti, giacché il suo ci è giunto so­lo attraverso l’epitome che nel IX secolo ne ha composta il patriarca di Costantinopoli Fozio o che comunque è attribui­ta a lui 210.

È dunque alla Persia e a quello straordinario mondo gre­co etnicamente e culturalmente, persiano politicamente, della anatolica tra VI e IV secolo a.C. che noi dobbiamo le prime notizie sull’India e, più ancora, il radicamento di quel­l’idea dell’«India delle meraviglie» senza la quale forse non avremmo avuto né Cristoforo Colombo, né l’impero della re­gina Vittoria, né i libri del grande Rudyard Kipling (o quelli del nostro povero caro Emilio Salgari). Senza il quale insom­ma, forse, noi non saremmo quello che siamo né l’Occidente sarebbe, come espressione concettuale, definibile.

Ma la ridefinizione dei rapporti fra la Grecia e l’India (e quindi, possiamo dire, tra Europa e Asia, tra Oriente e Occi­dente) venne con la grande spedizione di Alessandro che fu, tra l’altro, la porta attraverso la quale si allacciarono nuovi rapporti diplomatici. Fu così che tra 302 e 291 un ambascia­tore del «diadoco» Seleuco I alla corte del maurya Chandra­gupta nella città di Pataliputra (oggi Patna), Megastene, trac­ciò per il suo sovrano un quadro dell’India che insisteva be­ninteso sui dati economici, commerciali e politici, magari perfino strategici, ma forniva altresì notizie evidentemente geografiche e del tipo che noi chiameremmo antropologico, zoologico e botanico. Neppure Megastene ci è, ohimè, diret­tamente pervenuto: ma ne conosciamo ampi e sia pur riela­borati frammenti attraverso Arriano, Diodoro Siculo, Strabo­ne e Plinio. Ci si misero in seguito altri, al punto che da Alessandro in poi il mondo greco sarebbe stato investito da un’ondata di scritti geografico-fantastici taluni dei quali così ridicoli e spudorati da meritare la parodia di Luciano di Sa­mosata: una parodia peraltro destinata a divenir carne e san­gue essa stessa della cultura occidentale (si pensi agli scritti di utopia e di fantascienza) ben al di là delle presumibili in­tenzioni del suo geniale iniziatore.

Questa letteratura non interessò unicamente scienziati seri come Strabone e Plinio il Vecchio, che in qualche modo con­tribuirono a divulgarla pur prendendo criticamente per più versi le distanze da essa, ma affascinò anche letterati e filo­sofi; così Virgilio, che ci tornava sopra nelle Georgiche (II,118-25), oppure Seneca, che oltre a una perduta opera De situ Indiae scrisse, nella Medea, quei tali versi celeberrimi sulle future scoperte marittime che, in seguito, tanto avreb­bero impressionato e che sarebbero stati considerati quasi profetici. Plinio attesta (VI, 3, 34) che esseri mostruosi evi­dentemente asiatici erano raffigurati nel teatro di Pompeo, mentre Agrippa, il grande ammiraglio di Ottaviano Augusto, non dimenticava i mirabilia dell’India nella mappa mundi con la quale egli aveva fatto decorare il suo famoso portico. Ormai, al di là dell’India, si parlava anche dei Seres, dei ci­nesi. Tra II e III secolo d.C. fu composta la Collectanea re­rum memorabilium di Giulio Solino (nota anche come Po­lihistor o De mirabilibus mundi), che raccoglieva i mirabilia descritti da Pomponio Mela e da Plinio (e provenienti, come abbiam visto, da più antiche scaturigini) e li consegnava alla tradizione enciclopedica medievale. Fu infatti Solino l’aucto­ritas più citata al riguardo da allora in poi, in un arco che va da Tsidoro di Siviglia a Vincenzo di Beauvais ma giunge per la verità molto oltre, fino a Pietro d’Ailly e a Enea Sil­vio Piccolomini, e insomma entra trionfalmente, sia pur non provvisto di totale credito, nella biblioteca dell’Ammiraglio dell’Oceano.

Non bisogna a questo punto, accanto alla letteratura co­smografica e alla sua influenza sulla filosofia e sulla poesia stessa, dimenticare un altro genere che molto ci parlava del­l’India: quello che potremmo definire «biografico-romanze­sco» e del quale ci restano due esempi: la Vita di Apollonio di Tiana redatta verso il 217 da Filostrato e nella quale fra l’altro si narrava d’un viaggio in India del grande taumaturgo neoplatonico e del suo incontro con la fatidica Fenice e con molte razze di mostri, e il «romanzo di Alessandro» scritto in un’età difficilmente precisabile (si propende tuttavia, con molta incertezza, per l’inizio del III secolo) da un autore ignoto che siamo comunque abituati a denominare Pseudo­-callistene 211. Nel primo quarto del secolo successivo il roman­zo greco dello Pseudocallistene — che è noto soprattutto, a partire dalla traduzione dell’arciprete Leone, nell’XI secolo, col titolo latino di Historia de preliis — fu tradotto nell’idioma di Roma da Giulio Valerio con il titolo Res gestae Alexandri Macedonis 212.

Dalla versione originale greca di Callistene dipende l’am­bigua, affascinante Lettera di Alessandro ad Aristotele sulle meraviglie dell’India della quale si suppone un originale gre­co, ma che tuttavia si conosce solo attraverso una versione latina del VI-VII secolo, databile con una qualche sicurezza in quanto ben nota a Isidoro di Siviglia213. Più tardi, nel XII secolo, la Lettera del Prete Gianni veniva a rinfrescare e a ri­confermare le leggende teratologiche ormai diffuse dalla cul­tura enciclopedica medievale non solo nei trattati scientifici e nei mappamondi, ma anche nella vasta galassia dei bestiari, degli erbari, dei lapidari.

Vero è che la cartografia medievale, in questo come in molti altri problemi, non manca d’incertezze frutto anche della complessa e non sempre coerente tradizione testuale. L’«India», nel mondo medievale, più che corrispondere al subcontinente indiano secondo il nostro modo d’intendere il problema, è una vasta regione afroasiatica incentrata sull’O­ceano Indiano e che a sua volta si suddivide in «tre Indie»: una maior che corrisponde in effetti alla nostra India, una minor che comprende il sud-est asiatico e una mediana la quale in realtà è un altro tra i principali paesi favolosi del mondo antico, l’Etiopia 214. In uno dei testi cartografici fonda­mentali del medioevo, il celebre mappamondo di Hereford del XIII secolo, vediamo mirabilmente riassunta l’imago mundi del pieno medioevo alla vigilia dell’aprirsi dell’era dei grandi viaggi. Sostanzialmente l’ecumène non ha abbandona­to la struttura «a tau» delle più arcaiche raffigurazioni, sco­prendo insomma che — più che all’influenza di Tolomeo, che del resto l’Occidente ha dimenticato sin ai primi del XV seco­lo — la visione generale del mondo restava ancora quella d’un cerchio più o meno imperfetto di terre emerse fasciato dalla corona circolare dell’Oceano secondo un’interpretazione d’ori­gine babilonese (nella quale era già presente il concetto di tripartizione del mondo) poi passata ai greci. Le fonti alle quali il geografo o i geografi che per intenderci chiameremo «di Hereford» si ispirano sono di tre tipi: bibliche, classiche e folklorico-leggendarie. Ma vale la pena di ricordare che molto ignoriamo a proposito dei reciproci legami tra questi tre tipi di fonti; e che rischiamo quindi di scambiare per no­tizie di origine diversa e «parallela» temi che, invece, hanno una lontana e sommersa radice comune. La carta di Here­ford è disseminata di citazioni bibliche, le quali naturalmente interessano anzitutto l’Asia: il Paradiso Terrestre al culmine orientale della mappa, l’isola di Ophir nell’Oceano Indiano, i popoli apocalittici di Gog e Magog posti nella fredda terribile Scizia, l’arca di Noè sui monti dell’Armenia. Ma i dati desun­ti ad esempio dall’epopea di Alessandro, del resto divulgata da autori cristiani come l’arciprete Leone, si mischiano a quelli biblici e convivono con essi: così le « are » che il con­quistatore avrebbe sparso a segnare i suoi confini, l’Arbor sic­ca che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nell’immagina­rio occidentale e che ritroviamo in Marco Polo, il «muro diferro» eretto dal re macedone per contenere le sterminate e feroci genti dell’Asia (non ci chiederemo qui se esso sia remi­niscenza dei valla romani o della «muraglia della Cina» op­pure invenzione...) 215 il regnum Phori in India. Accanto a que­ste notizie, che noi sappiamo ereditate dalla tradizione lette­raria delle gesta di Alessandro, trovano posto nella mappa rinvii a tematiche mitico-storiche che il medioevo aveva ere­ditato dall’antichità greca e che ben conosceva sia pur attraverso molteplici intermediari: il vello d’oro in Colchide, la guerra di Troia, il labirinto di Creta, l’isola di Calipso. Ma a proposito di isole la mappa di Hereford recupera anche la tradizione celtoibernica dei viaggi di san Brandano e dissemi­na la parte occidentale dell’imperfetto e frastagliato anello oceanico delle sei Fortunate Insule. Popoli e animali mostruo­si riempiono beninteso lo spazio asiatico e africano della mappa secondo le indicazioni che attraverso Pomponio Nela, Plinio, Solino e Marziano Capella erano pervenute a Isidoro di Siviglia, Rabano Mauro, il Liber monstrorum, Aethicus Ister. Non lontano dall’immagine fornitaci dalla mappa di Hereford era l’assetto del mondo quale ci veniva offerto da un altro celebre documento-monumento cartografico del Duecento, la carta di Hebstorf presso Hannover, andata pur­troppo distrutta a causa dei barbari bombardamenti cui quel­la zona fu fatta segno nell’ultima parte del conflitto mon­diale.

La fenice, i grifoni, le sirene, le manticore, gli elefanti, i blemmi, i panotii, i cinocefali, le selve d’alberi di pepe: un paesaggio mai visto eppur noto e reale. Ne trattavano con­cordemente le auctoritates: e la cultura medievale, che si ba­sava sul concetto di auctoritas e sull’uso metodico della ratio, non aveva bisogno dell’esperienza per verificare i dati forniti dalla Scrittura e dalla tradizione. Le Indie erano note come produttrici di spezie: e anche per questo erano, in un certo senso, al culmine e al centro dell’immaginario e degli interes­si della gente del medioevo occidentale. Ma le spezie veniva­no veicolate via mare attraverso l’Oceano Indiano da vascelli arabi e cinesi, via terra dalle carovaniere attraverso l’Asia. L’Oceano Indiano era destinato a restare per gli occidentali a lungo un «orizzonte onirico», come l’ha definito Jacques Le Goff 216. Fino al pieno Duecento, i mercanti ben attestati sulle sponde siriaco-libano-palestinesi del Mar di Levante o sul delta nilotico ricevevano le spezie recate da paesi lontani e curavano di trasportarle in Occidente senza porsi sul serio il problema della loro origine né della possibilità di recarsi essi stessi alla loro fonte; dal canto suo, la scienza geografica del periodo crociato sembrava non nutrire interessi effettivi e cu­riosità reali sull’Oriente al di là, concretamente, del Levante e del mondo musulmano al di qua dell’Eufrate. La tradizione erudita delle enciclopedie e quella favolosa degli scritti ispira­ti in un modo o nell’altro alle gesta di Alessandro — accusato anzi, da alcuni moralisti, di condannabile audacia — bastava a occupare l’interesse per l’India e l’Asia profonda. Era sem­mai la tradizione dell’aventure cavalleresca a gettare una spe­cie di ponte onirico verso l’Asia, come si vede nel Parzival di Wolfram von Eschenbach: e molto si è discusso, anche di re­cente, sulla componente orientale di una certa ispirazione let­terario-cavalleresca che si accompagnerebbe o si sostituireb­be, tra XII e XIII secolo, a quella folklorica di origine celtica. Ad ogni modo il topos del «viaggio ad Oriente», legittimato da un celebre testo che ha a suo protagonista lo stesso Carlo­magno, sarebbe rimasto vivo per tutto il medioevo e oltre: basti pensare, per limitarsi a due casi italiani, all’Avventuroso Ciciliano o al Guerin Meschino, dove senza dubbio straordi­nario peso ha avuto la divulgazione della celebre Lettera del Prete Gianni e dove del resto è presente l’eco delle memorie dei viaggiatori occidentali due-trecenteschi nell’arco, per in­tenderci, da Giovanni di Pian del Carpine a Odorico da Por­denone. Anzi, nel testo del Guerin Meschino di Andrea da Barberino si coglie anche un’influenza, è difficile dire quanto diretta, della traduzione latina della Geografia di Claudio To­lomeo, redatta appunto a Firenze ai primi del Quattrocento. Ma che dietro tutto ciò Vi fosse un vero e proprio interesse per l’Asia — un interesse che andasse al di là della curiositas —è arduo ad affermarsi. Certo, anche la nostra tradizione po­polare aveva acquistato familiarità con grandi temi o illustri figure storiche o semileggendarie dell’Asia, quali il Saladino, il Prete Gianni, il Veglio della Montagna 217. Ma si trattava di spezzoni di realtà impossibili o quasi a correttamente verifi­carsi e fuse ormai in una koiné storico-leggendaria ricca di elementi topici.

Tutto sta, forse, nella «falsa partenza» dei rapporti fra occidentali e mondo asiatico in genere, via delle Indie in par­ticolare. È noto che, a metà del XII secolo, le notizie relative al misterioso Prete Gianni avevano comunque una loro origi­ne effettivamente storica, e recavano in Europa l’eco defor­mata di conflitti etnici e in parte anche religiosi avvenuti nel centro dell’Asia. Nella prima metà del XIII secolo, l’esplodere delle conquiste mongole condusse in effetti prima a un diffu­so terrore d’una nuova invasione barbarica sull’Europa, poi al maturare di una serie di prospettive e di speranze (in ultima analisi rivelatesi illusorie) circa la possibilità di prendere contatto con i nuovi padroni dell’Asia, fra i quali si diceva — e non del tutto a torto — esser presenti e numerosi i cristiani, al fine di estendere in Asia la predicazione del Vangelo e di concordare con i tartari una comune azione militare che avrebbe serrato l’Islam in una morsa. I viaggiatori in Asia del XIII e della prima metà del XIV secolo, per la verità missio­nari e soprattutto diplomatici anche quando, come nel caso dei Polo, si trattava di mercanti, più che a stabilire nuovi contatti commerciali e a programmare nuovi metodi e itine­rari per l’afflusso delle spezie in Occidente, miravano all’e­vangelizzazione e all’accordo diplomatico-militare in vista della crociata. Sappiamo che queste prospettive fallirono non solo e forse non tanto per la loro intrinseca irrealizzabilità, quanto e soprattutto per il fatto che il cristianesimo perse, nei confronti dell’Islam, la gara di velocità nella conversione dei tartari del Centroasia, di Russia e di Persia; e per il fatto che l’impero sinomongolo dei «Gran Khan», che Cristoforo Colombo mirava a raggiungere alla fine del Quattrocento, era franato già da oltre un secolo e mezzo e sostituito dalla chiu­sa dinastia Ming.

Anche se gli occidentali ignoravano le vicende dell’impero cinese, il frammentarsi della pax mongolica e la conversione all’Islam dei tartari dell’Orda d’Oro e degli Ilkhan tartaro-per­siani avevano impedito loro di proseguire la penetrazione per via di terra e l’impianto di missioni latine. Ma già nei viag­giatori due-trecenteschi era affiorata una tendenza che del resto era assolutamente normale e che si constata nello stes­so per più versi spregiudicato Marco Polo: se i mostri e le meraviglie dell’Asia non si presentano immediatamente agli occhi del viaggiatore, ciò dipende soprattutto dal fatto che essi risiedono altrove, in contrade che egli non ha toccato nel suo itinerario. L’esperienza diretta — e ben lo vediamo nella celebre pagina nella quale Odorico da Pordenone testimonia sui cinocefali — non poteva che suffragare la tradizione: se equando ciò non avveniva, la colpa era della fallacia o dell’incompletezza della prima, mai dell’erroneità della seconda. In ciò sta la chiave del fatto che fra Tre e Quattrocento il fanta­sioso «viaggiatore da biblioteca» che va sotto il nome di Giovanni da Mandeville, con le sue favole spudorate, fosse molto più creduto che non il più cauto e veridico Marco Polo.

La «via orientale» ad finem Asiae quindi, una volta tra­montata la possibilità di raggiungere quest’ultimo via terra —una strada che comunque, specie dopo il ritorno dell’Occi­dente alle cognizioni geografiche tolemaiche, era considerata molto lunga — non poteva se non venir percorsa attraverso il mare, affrontando l’Atlantico e doppiando il finis Africae. Questa era la mèta che la rinnovata scienza cartografica, fra Tre e Quattrocento, dichiarava non impossibile e alla quale avrebbero lavorato durante tutto il XV secolo, con finale suc­cesso, la corona e la marineria portoghesi mentre il «Prete Gianni d’Asia» si spostava progressivamente a Occidente e —come ben ha dimostrato Geo Pistarino — complice il malinte­so delle «Tre Indie» diveniva ben presto il «Prete Gianni d’Africa», cioè il negus d’Etiopia dal quale ci si aspettava quel che nel Duecento ci si era attesi dai Gran Khan e dagli Ilkhan di Persia e nello scorcio fra Tre e Quattrocento da Ta­merlano: vale a dire una definitiva alleanza volta a schiaccia­re l’Islam e scongiurare quel pericolo musulmano che era or­mai, anzitutto, pericolo ottomano.

Ma la via marina dal finis terrae iberico all’India dell’oro e delle spezie attraverso la circumnavigazione del continente africano era straordinariamente lunga, mentre quella terre­stre, ampia essa stessa, era politicamente e militarmente im­praticabile. Restava quel dato che, con diverse accentuazioni e con differenti valutazioni metrologiche, era condiviso da tutte le auctoritates geografiche dell’antichità, da Aristotele a Strabone a Marino di Tiro a Tolomeo: l’emisfero boreale era invaso dall’ecumène, le terre aride erano molto più sviluppate — specie nel senso della longitudine — di quelle occupate dal­l’Oceano. Per cui risultava valida — e in linea di principio neppure le varie commissioni regie portoghesi e spagnole la contestavano — la celebre nota apposta da Cristoforo Colom­bo alla copia in suo possesso dell’Imago Mundi di Pietro d’Ailly e confermata dalle ricerche del Toscanelli: «Dalla fine dell’Occidente e cioè dal Portogallo sino alla fine dell’Oriente, cioè l’India, la terra è vastissima. L’India è vicina alla Spa­gna »218.

Era, come sappiamo, una deduzione follemente errata, a differenza delle convinzioni maturate da Colombo sulla base della sua esperienza marinara, che cioè una terra, una qua­lunque terra — che però non poteva esser nulla di diverso, vi­ste le cognizioni del tempo, da Cipango e dal Catai — si sten­desse non troppo lontano dalla Isole Fortunate e da Madera. Ed era l’unica deduzione che i saggi di Salamanca erano di­sposti a condividere con il genovese. Da qui, da questo grovi­glio di spaventosi errori, di geniali intuizioni e di mirabile audacia, sarebbe nato il nuovo mondo.

ROBERTO M. TISNÉS

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