Atti del Convegno storico internazionale




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Y llegará para Geraldini el día de la partida sin retorno. «Ei fu», podíamos afirmar de él, como del corso inmortal Alessandro Manzoni en su imperecedera poesía IL CINQUE MAGGIO. Los años y las preocupaciones, los cansancios y fati­gas de la evangelización y del enfrentamiento a las autorida­des y defensa de los indios, irán minando poco a poco su sa­lud. Quizá por todo ello pensó retornar a Europa, a Roma, a Amelia, y así lo confiaba al Cardenal de la Santa Croce en bello lenguaje renacentista: «A questo si aggiunga che cerco in ogni modo di risolvere tutte le varie questioni del mio Episcopato, per poter poi tornare in Italia, dove vivró sotto la tanto desiderata guida di Tua Eccellenza Reverendissima: de­sidero infatti morire a Roma, che un tempo padrona del mondo è oggi la capitale della Religione, e desidero che le mie ossa riposino fra quelle di sconosciuti Martiri; tutte le Chiese di Roma, infatti, ospitano le tombe dei Martiri: e a me verrà qualche vantaggio dal sangue che loro hanno versa­to in nome di Cristo, dalla loro devozione difesa con tanta passione e con tanto coraggio verso l’ Eterno ed Immortale Dio» 239. Tales las manifestaciones que hacía poco antes de su muerte.

Fallecerá casi septuagenario en 8 de marzo de 1524, dice su epitafio. LAZZARONI M. A., en su Cristoforo Colombo, afirma que en 1525, a los 71 años, después de haber moderado las costumbres, edificado templos y difundido con verdadero espírito de apóstol la religión de Cristo 240.

Bien podemos aplicar a nuestro Geraldini los finales ver­sos del poema de Manzoni:
Tu dalle stanche ceneri sperdi ogni ria parola:

il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola, sulla deserta coltrice accanto a lui posò.
Maravilloso final poético que así vertió a la lengua de Ca­stilla el colombiano D. Jorge Gómez Restrepo:
De esas cenizas frágiles la detracción destierra. Dios, que consuela al mísero, y levanta, y atierra, hasta su lecho fúnebre benigno descendió 241.

LA DIFESA DEGLI « INDIOS»

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MAURO DONNINI


Alla scuola di Grifone di Amelia

maestro di Alessandro Geraldini


Sono ormai trascorsi quasi venti anni da quando Claudio Leonardi, illustrando il progetto di un «Repertorio degli scrittori umbri del Medioevo e dell’Umanesimo», sottolineava la necessità di «mettere più decisamente in rilievo le singole figure... da collocare nel loro ambiente immediato e nei rap­porti con le più ampie situazioni intellettuali e storiche»242.

Convinto della validità di tale suggerimento 243, mi propon­go con la presente relazione di trarre fuori dalla penombra la figura di Grifone di Amelia, umanista fino ad oggi assai poco conosciuto e non debitamente valorizzato, anche se si conti­nua a definirlo «il Quintiliano di Amelia», senza per altro alcuna documentazione che comprovi la validità di tale deno­minazione 244, ma in realtà, tutt’altro che privo di interesse, che ai fini di questo convegno, a giudicare dalla Vita Grifonis scritta dal suo scolaro e concittadino Pietro Francesco Laure­lio 245. L’opera, medita e fino ad ora mai presa in esame, è trà­dita dal codice I, 115 della Biblioteca Augusta di Perugia 246 ed è preceduta dalla dedica all’amico Eliseo Germano, nella qua­le vengono subito esaltate le qualità fondamentali del mae­stro amerino, vale a dire la doctrina, la religio e la pietas che facevano di lui non un semplice insegnante, ma piuttosto un padre affettuosissimo dei suoi scolari 247. Vediamo dunque di rendere noti, sulla scorta di questa testimonianza, gli aspetti più significativi della vita e dell’opera di Grifone.

Seguendo la struttura lineare dell’encomio biografico, di cui tratta Quintiliano Inst. orat. III, 7, 10 sgg.248 , il Laurelio prende l’avvio dalle categorie della nascita e dell’educazione, menzionando i nomi dei genitori del maestro, Giovanni ed Angela, dei quali ricorda le umili origini precisando che Gri­fone ricevette la prima educazione dalla madre, in stato di estrema miseria 249. Di questa sua povertà il maestro amerino non provò mai vergogna, anzi fece frequenti riferimenti ad essa, come si deduce dal toccante ragguaglio secondo il quale egli soleva ricordare che per riscaldarsi i piedi durante i fred­di invernali, li introduceva, mentre studiava, in un recipiente pieno di segatura, essendo la sua casa del tutto priva di fuo­co 250. L’indigente condizione familiare che costituiva per il giovane Grifone un paventato ostacolo al proseguimento de­gli studi in località culturalmente più progredite (cum... ad alio proficiscendum egestas esset impedimento, f. 96r, 4 sg.), il basso livello culturale della sua città (cum... studia tempori­bus illis in patria iacerent, f. 96r, 4 sg.), lo studio avviato alla scuola di un insegnante non abbastanza colto (a magistro non satis erudito prima litterarum elementa perdidicit, f. 96r, i sg.) e la mancanza di incoraggiamento da parte dei genitori che non vedevano di buon occhio il fortissimo amore per lo studio manifestato dal figlio (patre invito et ad quaestuosas artes revocante, f. 95v, 18 sg.; patre id aegre ferente, matre non multum adhortante, f. 96r, 1), per quanto non favorissero di certo la serenità del povero studente di Amelia, non ne frena­rono, tuttavia, la speranza di conseguire una profonda cultu­ra (spem prae se non parvam futurae doctrinae ferebat, f. 96r, 3 sg.). Avvalendosi del vivido ingegno e della tenace laborio­sità (facilitate ingenii et assiduo labore, f. 96r, 6), egli rivolse, infatti, tutte le forze allo studio delle arti liberali (omnes ner­vos et industriam ad liberales artes convertit, f. 96r, 9), non tralasciando nulla che potesse contribuire all’arricchimento della sua formazione intellettuale (Nihilque unquam omisit... quod ad eruditionem et excolendum ingenium pertineret, f. 96r, 9 sgg.) e non concedendo alcuno spazio agli svaghi tipici del­la sua età o ad occupazioni indegne (Puerilibus ludis aut ne­gotiis illiberalibus implicari numquam passus est, f. 96r, 7 sg.).

Il desiderio di lode 10 incitava (Excitabatur laudis studio, f. 96r, 12); l’emulazione non l’odio era l’arma da lui usata nel certamen culturale idealmente ingaggiato con i compagni (cum aequalibus aemulatione studiorum nullo prorsus odio certabat, f. 96r, 12 sg.), le cui vittorie quando erano consegui­te con l’apporto determinante della diligentia e della sedulitas sopportava sempre in maniera assai spiacevole (Superari au­tem diligentia et sedulitate molestissime semper tulit, f. 96r, 13 sg.), ritenendole quasi un’onta gravissima (tamquam id sibi duceret turpissimum, f. 96r, 14 sg.). Non è difficile scorgere qui una reminiscenza del passo in cui Quintiliano, nel ribadi­re i motivi per i quali un’educazione collettiva è da preferirsi a quella individuale, così scriveva: Excitabatur laude aemula­tio: turpe ducet cedere pari 251. All’interno dell’analogia di con­cetto, infatti, si fa luce anche un’indubbia corrispondenza terminologica, così evidenziabile: Excitabatur Quint. — Excita­batur Laurel.; laude Quint. — laudis Laurel.; aemulatio Quint. Aemulatione Laurel.; turpe ducet Quint. — duceret turpissi­mum Laurel.

Il giovane amerino si immerse nello studio a tal punto che, non sentendosi appagato dalla lezione del maestro, era solito recarsi di notte presso un suo dottissimo concittadino, Nicolò di Andrea, con il quale si intratteneva fino a tarda ora o presso altri dotti di Amelia, sempre pronto ad accoglierne gli insegnamenti con sommo piacere 252.

Sopportava pazientemente le sferzate ed i rimproveri (ver­berari et obiurgari facile patiebatur, f. 96v, 2 sg.), temendo pe­rò di essere additato ad ignominia (ignominia notari metue­bat, f. 96v, 3). Per il rispetto verso gli insegnanti, dote ritenu­ta fondamentale da Quintiliano 253, il giovane Grifone fu co­munemente considerato il migliore alunno dell’epoca, parti­colarmente intento a seguire i dettami di una esemplare di­sciplina morale (Morum disciplinam pro batissimam secutus est, f. 96v, 3 sg.).

In perfetta linea con l’ideale dell’educazione classica adot­tato da quella umanistica, che si proponeva di raggiungere la pienezza della humanitas attraverso l’armonico equilibrio fra energie spirituali e fisiche, il giovane studente amerino eser­citava anche il corpo con la corsa e con il gioco della palla, perché il suo fisico si mantenesse sano e non facesse correre il rischio alla mente di non potersi dedicare in maniera otti­male allo studio 254. A tale scopo rifuggì sempre dall’eseguire giochi indecorosi (a ceteris vero ludis ut illiberalibus et adule­scente bene instituto non dignis semper abstinuit, f. 96v, 11 sg.).

Anche per Grifone arrivò, come per tanti altri umanisti255 il giorno in cui, accortosi che i maestri locali non avevano più nulla da insegnargli (cum omnem domi praeceptorum di­sciplinam hausisset, f. 96v, 13), spinto dal desiderio di appro­fondire gli studi, fu costretto a lasciare Amelia. Dovette trat­tarsi di una decisione non certamente maturata con animo sereno, se non altro perché presa all’insaputa dei genitori (ignaris parentibus, f. 96v, 13 sg.). L’amore per lo studio spin­se, così, il giovane a trasferirsi a Roma (Romam se contulit, f. 96v, 14). Fra le ragioni che determinarono la scelta di que­sta città due sono additate nella Vita di cui ci occupiamo: la prima consiste nell’ospitalità ricevuta da un onesto e dotto concittadino, un certo Abele non meglio identificabile (apud Abel Amerinum virum gravem et doctum aliquamdiu mansit, f. 96v, 14 sg.), il quale, attratto dall’ingegno di Grifone, lo aiutò come un padre cantate et consilio et re (f. 96v, 16); la secon­da fu determinata dalla presenza a Roma dei dotti insegnanti Lorenzo Valla, Gaspare Veronese e Pietro Oddo da Montopoli (Fiorebant eo tempore Romae Laurentius Vallensis, Gaspar Ve­ronensis et Petrus Montopolitanus, f. 96v, 16 sgg.). Ascoltò le lezioni di questi letterati (quos omnes uno tempore audivit, f. 96v, 19), dedicandosi massimamente allo studio dell’eloquen­za senza per altro disdegnare la poesia (praecipuam operam oratoriae dedit, sed et poesim non aspernatus, f. 96v, 19 sg.). Si accostò anche alla letteratura greca accontentandosi di co­noscerne le opere più degne (Graecas litteras attigit tantum... nosse pleraque digniora voluerit, if. 96v, 21-97r, i sg.) 256. An­che questo periodo fu caratterizzato dall’eccezionale desiderio di apprendere (tanta discendi cupiditate, f. 97r, 3), che impe­gnò Grifone in uno studio estremamente intenso e faticoso (perpetua intentione ut nullis laboribus aut vigiliis parceret, f. 97r, 3 sg.), appagato comunque dal conseguimento, in breve tempo, di una cultura non inferiore a quella dei suoi compagni di scuola (tantum itaque brevi pro fecit ut omnes eius tem­poris condiscipulos aequaverit, f. 97r, 4 sg.) 257.

Purtroppo una gravissima malattia (Non multo post ex tot laboribus in gravissimam aegritudinem incidit, f. 97r, 12 sg.), lo costrinse a ritornare ad Amelia, ove fu amorevolmente ospitato dai francescani (domumque relatus a sacerdotibus di­vi Francisci pie exceptus est, f. 97r, 14 sg.). Durante la perma­nenza presso di loro si immerse nella meditazione intorno al­la vita solitaria (de solitaria vita cogitavit, f. 97r, 15), notizia che contribuisce a mettere in luce l’interesse del giovane Gri­fone per uno dei problemi più sentiti della speculazione quattrocentesca, quello del rapporto fra vita attiva e vita con­templativa, che nella precarietà del momento gli fece avverti­re il bisogno di riflettere su una forma di vita per lui, come per tanti altri, certamente affascinante, come lo fu, sia pure con ben altra tensione, per il Petrarca che, come tutti sanno, compose al riguardo il De vita solitaria e il De otio religioso.

L’ideale di vita appartata, però, non attrasse sino in fondo il giovane Grifone, sconsigliato a tale scelta dai suoi più inti­mi che ben ne conoscevano l’indole (sed de propinquorum consilio tantam in eo indolem spectantium mutavit senten­tiam, f. 97r, 15 sg.). Più che alla beata solitudine, disapprova­ta del resto, come ben sappiamo, dallo stesso suo maestro, Lorenzo Valla, nel De professione religiosorum, egli sentiva forte la vocazione alla cultura e alla virtù attiva, per cui, gua­rito dalla malattia, fece ritorno a Roma, ove si impegnò con la massima diligenza nello studio anche nei giorni privi di scuola, durante i quali si recava presso condiscepoli e mae­stri per recuperare gli insegnamenti perduti a causa della malattia durata tutto l’inverno 258.

Per molti anni fu a Roma sempre immerso negli studi e quando ormai aveva consolidato la sua fede religiosa (cum bona iam fide adolevisset, f. 97r, 22) ed aveva conseguito un elevato grado di cultura (tantum litteris profecisset, f. 97v, 2 sg.), fu sollecitato dalle frequenti lettere (assiduis litteris, f.97v, 4) dei suoi concittadini a ritornare ad Amelia ut ad communem utilitatem afferre aliquid iam posset (f. 97v, 3)
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