Atti del Convegno storico internazionale




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259. Più volte rifiutò l’invito, ma alla fine furono le preghiere de­gli amici e l’amore per la sua città nativa, altra sua forte pas­sione, a indurlo a recedere dai suoi dinieghi (recusantem et diu aversantem amicorum preces et patriae caritas pervicerunt, f. 97v, 5 sg.).

Amelia, che aveva costretto Grifone ad allontanarsi per mancanza di maestri qualificati, divenne pertanto, proprio in virtù della fama raggiunta dalla doctrina e dalla probitas dello stesso Grifone, la sede di una scuola che attirava schiere di studenti provenienti da tutta l’Italia 260, da lui accolti non col desiderio di trarne guadagno (nec lucrum in docendo unquam spectavit, f. 97v, 12 sg.), come risulta dal fatto che soltanto dai più ricchi riceveva il compenso (nulla nisi a ditioribus re­cepta mercede, f. 97v, 9), con il quale veniva poi in aiuto dei più poveri (mercede qua tenuiores et rei familiaris angustia la­borantes iuvaret, f. 97v, 9 sg.), non con l’atteggiamento del re­tore (nec... rhetoris officio fungi satis habuit, f. 97v, 13), ma con l’amore di un padre cui sta a cuore la salute fisica e spi­rituale dei propri figli (propriam caritatem et affectum praesti­tit, f. 97v, 13 sg.; Neque animorum modo, sed et corporum ac valitudinis omnium bonae rationem paterna diligentia habuit, ff. 98v, 22-99r, i sg.), amore paterno che, riconosciuto indispensabile per un vero maestro da Quintiliano 261, sarà alla base dell’educazione cristiana comunemente adottata anche da quella umanistica.

L’illustrazione delle qualità del maestro non si arresta qui, ma il Laurelio, seguendo lo schema compositivo dell’encomio biografico illustrato da Quintihiano là ove tratta della animi laus262, si dà premura di descriverne altre, quali la capacità di soppesare gli ingegni (Pensitare ingenia, quorum bonus erat aestimator, solebat, f. 97v, 14 sg.), l’accortezza nel lodare i migliori alla presenza dei più lenti perché anche questi ultimi si sforzassero di imitarli 263 la benevola sollecitudine nel pre­stare aiuto con ogni mezzo ai meno intelligenti (hebetiores omnibus modis iuvabat, f. 97v, 19), l’onestà nel non ammette­re alla sua scuola soltanto i giovani assolutamente privi di capacità intellettive e per di più irrequieti, vale a dire quelli che anche Quintiliano riteneva del tutto negati allo sviluppo educativo (neque quemquam deseruit nisi hebetes penitus et indociles, f. 97v, 20 sg.) 264 evitando così di illudere le speran­ze dei genitori (ne spem parentum frustraretur, f. 97v, 21), la perspicacia nell’indirizzare i singoli allievi verso quegli studi a loro più congeniali (in quae quisque ma~ime studia declina­ret ad ea capescenda hortabatur, f. 98r, 2 sg.), qualità calda­mente raccomandata da Quintiliano 265, l’avvedutezza nell’of frire il suo insegnamento solo a coloro che davano prova di essere di costumi irreprensibili (neminem erudiendum un­quam suscepit cuius non mores inspexerit et iudicaverit in­spectos, f. 98r, 4 sg.), il rigore morale nel non cedere alle rac­comandazioni di quanti cercavano di convincerlo con vari mezzi ad accogliere giovani non disposti a ricevere le sue cri­tiche e correzioni 266 ben consapevole che la morigeratezza del maestro non sarebbe di alcuna utilità se questi non esi­gesse severamente dai propri discepoli una condotta di vita irreprensibile simile alla sua (non satis esse ducens de se summam praestare modestiam nisi parem a discipulis ex disci­plinae severitate exigeret, f. 98r, 7 sgg.).

Come si vede, viene delineandosi sempre più chiaramente un ideale pedagogico fondato sull’armoniosa corrispondenza di sentimenti e di atteggiamenti, ispirati a rettitudine, fra maestro e scolaro, in ottemperanza alla ben nota esortazione quintihianea secondo la quale il maestro nec habeat vitia nec ferat 267 esortazione che il Laurelio sembra riecheggiare nel momento in cui, con simile icasticità, derivata da evidenti corrispondenze rematiche, afferma che Grifone in aliis non tulit quibus ipse carebat vitia (f. 98r, 10 sg.).

Se le qualità educative sin qui ricordate, alle quali va ag­giunta anche la saggezza nell’accordare punizioni di volta in volta ben proporzionate alla condizione degli allievi, secondo quanto insegnava lo stesso Quintiliano 268 per cui il maestro amerino in pueros comitate aut levi obiurgatione utebatur, ro­bustiores severitate et flagris a licentia cohercebat (f. 98r, 11 sgg.), concorrono a delineare una visione abbastanza organi­ca del maestro ideale, altre notizie riferite dal Laurelio ci in­troducono nella concreta attività pedagogica svolta da Grifo­ne, permettendoci di ricostruirne persino il programma gior­naliero.

Apprendiamo pertanto, fra i ragguagli di maggior interes­se, che la scuola aveva sede nella casa in cui viveva il mae­stro (solitus est domi.., educare et erudire, f. 98r, 14 sg.) ed era frequentata da una ventina di figli di nobili e illustri famiglie (principum et clarorum virorum natos viginti aut plures nume­ro inter ceteros, f. 98r, 14 sgg.) e da altri anche molto poveri (tenuiores et rei familiaris angustia laborantes, f. 97v, 9 sg.).

Grifone ordinava a tutti di imparare a memoria (mane summo mandare memoriae iubebat, f. 98r, 16 sg.), secondo il suggerimento tradizionale, la cui validità viene esaltata da Quintiliano nella ben nota espressione omnis disciplina me­moria constat 269; egli stesso seguiva costantemente l’attività dei discepoli, da lui distribuiti in classi diverse 270; leggeva loro sul far del giorno (eisdem lucescente die legebat, f. 98r, 17); li ascoltava mentre sedeva a mensa assieme a loro (audie­bat... recitantes ac secum una enim mensa dignabatur di­scumbere iussos, f. 98r, 17 sgg.); li accompagnava nelle pas­seggiate attraverso i giardini vicini a casa, durante le quali gli scolari erano intenti nella conversazione fino al momento della ripresa dello studio 271. Nel pomeriggio li impegnava in esercitazioni scritte e faceva loro riassumere gli argomenti più importanti della lezione giornaliera (Meridie scribendo exerceri et lectione diurna digniora excerpere, f. 98r, 21-98v, 1). Dopo cena li interrogava sulle tematiche trattate (Post cenam ad se vocatos totius dicti reddere rationem iubebat, f. 98v, 1 sg.), tenendo vivo in essi l’impegno e l’attaccamento allo stu­dio con premi particolarmente ambiti dalla loro età, secondo quanto suggeriva Quintiliano con l’espressione praemiis etiam, quae capit illa aetas, evocetur 272, la quale viene ripro­dotta quasi alla lettera dal Laurelio: praemiis, quibus capi ae­tas illa solet, ad studia provocando (f. 98v, 2 sg.) 273. Gli scolari si ritiravano infine a dormire su letti singoli disposti in un’u­nica stanza (conveniebant in aula in qua hinc et inde singulis lectulos disposuerat, f. 98v, 4 sg.).

Non mancano in questa parte della Vita notizie ancor più minute che conducono il lettore all’interno dello stesso dor­mitorio. Questi viene così informato, fra l’altro, sulla lampa­da che pendeva dal soffitto (Pendebat e summo tecti dimissus lampas, f. 98v, 5 sg.), sul piccolo quadro contenente Dei effi­giem (in parva tabella D. e., f. 98v, 7), sull’ora in cui gli allievi si coricavano in estate ed in inverno (Estate bina hieme quin­ta noctis hora ibant dormitum, f. 98v, 7 sg.) e sui turni di sorveglianza da loro effettuati durante la notte (duobus tan­tum partitis vicibus vigilantibus qui cum tres horas singuli vi­gilassent, f. 98v, 8 sg.).

Ugualmente particolareggiate si presentano le descrizioni del giorno di festa e dell’attività ginnica e sportiva. Quanto alla vita festiva, essa era caratterizzata da due momenti par­ticolarmente educativi, il primo costituito dalla partecipazio­ne alla Messa (Festis diebus mane celebrationi missarum inte­resse iubebamur, f. 98v, 12 sg.), ritenuta assai istruttiva ai fini dell’erudizione religiosa, in quanto gli scolari dovevano poi annotare ed imparare sanctorum patrum dicta egregia (f. 98v, 13 sg.), ascoltati durante la celebrazione, il secondo consi­stente nella passeggiata postprandiale all’interno della città, durante la quale gli allievi potevano acquisire serenamente una certa dimestichezza con la popolazione e dare saggi della loro cultura.

Risulta interessante notare che nel riferimento a questa prassi pedagogica il Laurelio mostra nuovamente di aver te­nuto presente il testo di Quintiliano, dal quale ha mutuato anche alcune espressioni, come si evince dal confronto dei due testi che qui riproduco affiancati per meglio evidenziarne i punti di contatto:
Quint. Inst. orat. I, 2, 18 Laurel. Vita Grif f. 98v, 15 sgg.
Ante omnia futurus orator, Post prandium in plateas

cui in maxima celebritate et in educebat et in magna celebritate

media rei publicae luce viven- et civium corona... proponere,

dum est, adsuescat iam a tenero arguere Ct refellere pro cuiusque

non reformidare homines neque ingenio iubebat ut non reformi­

illa solitaria et velut umbratili dare coetus et multitudinem as­

vita pallescere. suescerent et ad proferenda in

lucem studia publica laude red­

deret alacriores.


Che il Laurelio abbia qui riadattato il passo di Quintiliano risulta non solo dall’analogia concettuale, ma soprattutto dal­la presenza in entrambi i testi di identici sintagmi collocati, per di più, in strettissima iunctura con altre espressioni sino­nimiche, come risulta dal presente raffronto: in maxima celebritate et in media rei publicae luce Quint. — in magna celebritate et civium corona Laurel.; adsuescat non reformidare homines Quint. — non reformidare coetus et multitudinem assuescerent Laurel.

Riguardo all’attività ginnico sportiva, suggerita da Quinti­liano quando dice nec me offenderit lusus in pueris 274 essa ve­niva praticata singulis hebdomadis (f. 99r, 2) nell’amena pia­nura sita a due miglia dalla città e consisteva nella corsa, nel lancio del giavellotto, nel gioco della palla e nel tiro con l’ar­co 275 Che al riguardo non siano mancate gare sportive dob­biamo immaginarlo; certo è invece — lo apprendiamo dal di­scepolo-biografo — che ciascun allievo era portato dal mae­stro a sentirsi impegnato in gare culturali, spinto dal deside­rio di conseguire onore e di cacciare l’ignominia (magna con­tentione et honoris appetendi et depellendae ignominiae certa­batur, f. 99r, 9 sg.) 276.

Fin qui, dunque, le notizie più significative fra quelle ri­guardanti alcuni aspetti dell’organizzazione pratica della scuola di Grifone. Ma il biografo non tralascia di celebrare anche le qualità del dotto amerino più prettamente legate alla sua attività di pedagogo cominciando col ricordarne la semplicità delle lezioni, ricche però di contenuti non appe­santiti da vana ostentazione (Lectione simplici et erudita nulla ambitione et fastu usus est, f. 99r, 10 sg.). Le sue lezioni, pie­namente conformi, quindi, a quelle raccomandate anche da Orazio 277 e da Quintiliano 278, erano rese ancor più attraenti da un discorso onesto ed elegante (erat illi sermo rectus et ur­banus, f. 99r, 11 sg.) che fluiva spontaneo (ingenitum non quaesitum arte diceres, f. 99r, 12) attraverso una voce armo­niosa, accompagnata per di più da compostezza gestuale (vo­ce et actione decora, f. 99r, 12 sg.), nella perfetta sintonia fra quanto il maestro diceva e quanto sentiva all’interno del suo animo (similemque dictis animum efficiens in pectora, f. 99r, 14). Se, poi, con la iucunditas accarezzava le orecchie degli ascoltatori (quadam cum iucunditate permulcebat auditorem, f. 99r, 13), col ricordo di antichi esempi di rettitudine, sugge­riti dai testi di volta in volta letti, ne attanagliava gli animi (inter legendum... exemplisque ex omni antiquitate repetitis auditorum animos capiebat, f. 99r, 16 sg.).

Altro merito del maestro amerino, ricordato dal Laurelio, è quello di insegnare per gradi, come suggeriva anche Quinti­liano 279 adeguando, cioè, di volta in volta il livello della le­zione alle diverse capacità di apprendimento dei singoli allie­vi (pro viribus cuiusque lectionem accomodans, f. 99r, 17 sg.). Assai interessante si configura, al riguardo, la suddivisione degli autori antichi oggetto di studio nelle singole classi: i più giovani apprendevano la grammatica avvalendosi di excerpta, per non disperdersi fra i libri di Prisciano, di Ser­vio, di Donato e di altri grammatici 280; con i meno giovani cominciava dalla lettura delle Epistole di Cicerone seguita da quella di altre sue opere cui spesso aggiungeva anche Livio.

A proposito di questa notizia risulta degno di attenzione il fatto che anche in questo momento il Laurelio riecheggia molto da vicino il testo di Quintiliano, il quale raccomanda allo stesso modo di leggere inizialmente Cicerone e Livio. Per rendere più immediato il rapporto fra i due testi li riproduco qui affiancati:

Quint. Inst. orat. Il, 5, 19-20 Laurel. Vita Grif f. 99r, 21-99v, 1
Ego optimos quidem et statim Adultis... a Tullii epistulis inci­

et semper, sed tamen eorum piens ab eius operibus et Tullii

candidissimum quemque et ma- similibus orationibus non reces­

xime expositum velim, ut Li- sit. Livius quoque saepe erat in

vium a pueris magis quam Sal manibus et candidissimus quis­

lustium... Cicero, ut mihi qui- que et maximus expositus qui

dem videtur, et iucundus inci- et prodesse et amari ab iis quo­

pientibus quoque et apertus est que posset qui non multum pro­

satis, nec prodesse tantum, sed fecissent.

etiam amari potest.
Come si può facilmente constatare, la dipendenza del Laurelio da Quintiliano è palesemente comprovata, oltre che dall’identico contesto, soprattutto dai parallelismi terminolo­gici candidissimum quemque et maxime expositum Quint. — candidissimus quisque et maximus expositus Laurel.; prodesse tantum, sed etiam amari potest Quint. — prodesse et amari... posset Laurel 281.

Ai più maturi leggeva Sallustio, Catone, Plinio, Terenzio, Plauto ed altri prosatori e poeti 282 scelti in base all’utilitas che poteva sortire sia dai testi letti sia dalle sue spiegazioni, ricche di contenuti e di piacevole varietà 283. Cominciava sem­pre dalla lettura degli scrittori più virtuosi perché rimanesse­ro meglio impressi negli animi giovanili ed escludeva soltanto i più lascivi per impedire che questi potessero nuocere ai buoni costumi 284. Ogni giorno faceva comporre ora in prosa ora in poesia, sempre pronto a correggere in maniera oppor­tuna e ad esortare alla virtù 285.

L’ammirazione e la devozione al maestro spingono il Lau­relio al massimo della sua esaltazione nei momenti in cui egli afferma che Grifone fu amatissimo dai propri alunni (Numquam illius senno ingratus audientibus fuit, non minus­que ipse ah illis quam studia amabantur, f. 100r, 7 sg.) 286 fu affezionatissimo a loro (cumque unus fuisset rhetorum suo tempore discipulorum amantissimus in quibus pare ntum ca­ritatem praetergressus est, f. l00r, 10 sgg.), fu compianto non come un maestro, ma come un padre (Fuit namque illius obi­tus omnibus acerbissimus et non ut rhetor, sed ut pater sanc­tissimus deploratus, f. l00r, 14 sgg.) e dichiara che proprio per merito di Grifone, Amelia e Viterbo, l’altra città in cui questi insegnò (docuit et Viterbii per multos annos, f. 100r, 16), furono rese, non inferiori, sul piano culturale, a nessu­n’altra città vicina (Quae duae urbes in hoc genere, ut meum fert iudicium, nulli vicinarum cedunt, f. l00r, 21 sgg.).

È fuor di dubbio che quest’ultimo giudizio suoni eccessi­vamente elogiativo (il Laurelio stesso informa, nella dedica, che la vita del maestro contiene anche la laus patriae) 287, ma la sua patina di convenzionalismo, dal quale non andarono esenti nemmeno i più famosi letterati dell’epoca quando si abbandonavano agli elogi della propria patria 288 viene subito stemperata da parte del biografo il quale, per aggiungere cre­dibilità alla sua dichiarazione, si sofferma a celebrare le virtù che compongono il ritratto morale del maestro. Esso è carat­terizzato dalla temperanza (tanta continentia, f. 100r, 23, con­tinentiae, f. 100v, 9), dall’amore verso i genitori (in parentes pietas, f. l00r, 24, talis in parentes fuit ut omnium vicerit pie­tatem, f. 100v, 9 sg.), dall’affabilit~t (comitas, f. l00r, 24; iu­cundissimus fuit et gratissimus, f. 100v, 18 sg.), dalla religio­sità (religionem imprimis coluit omnibusque eius ceptis divi­nam opem implorabat, f. 100v, 19 sg.; ut religionis cultor prae­cipuus ita contemptor superstitionis, f. 100v, 21 sg.), dalla ca­stità (Cuius ea fama apud omnes percrebuerat ut eius nomen castitatis continentiaeque putaretur, f. 100v, 7 sg.) 289 dalla propensione all’amicizia (Amicitias... quas... usque ad vitae extremum coluit sanctissime, f. 100v, 13 sg.), dall’umiltà (quamquam pro ingenii et virtutum fama summorum virorum amorem sibi conciliasset, ambitionem tamen et potentiorum fastum exosus numquam se in iliorum consuetudinem insi­nuavit, f. 100v, 15 sgg.), dalla carità (nemo praeterea non ex consanguineis modo et amicis, sed ex ignotis fuit quem a se aliquid petentem dummodo posset et liceret consilio, re opera­que prout usu veniebat, non iuverit, f. 100v, 23-l0lr, 1 sg.).

Quest’ultima virtù fu talmente viva in Grifone fino a su­blimarsi nel gesto di eccelso amore per il prossimo che lo condusse alla morte causata appunto dalla peste contratta da un povero sconosciuto incontrato per strada abbandonato da tutti e solo da lui amorevolmente soccorso, rifocillato, curato invano con ogni mezzo ed infine onorato della sepoltura 290.

Non meno ricche di toni suggestivi, intenti ad evidenziare la sensibilità spirituale del maestro, risultano le sue ultime parole rivolte ai discepoli prima di morire. Colpiscono in es­se, in modo particolare, la dichiarazione nec immaturam mortem accuso (f. 101v, 9 sg.), che denota l’atteggiamento se­reno con cui il maestro si pose di fronte alla morte, cosciente di aver portato a termine il proprio compito, per cui la morte non può risultare prematura (ita enim vixi ut mihi mors im­matura esse non possit, f. 101v, 10 sg.), l’affermazione patriae fortasse vivendo prodesse plus poteram (f. 101v, 12), la quale evidenzia, nel rammarico di non poter essere più di aiuto al­la patria, il grande amore per essa, nonché le espressioni non alio funere decorandum me aut depiorandum mando (f. 101v, 22 sg.) e solemnis sepulturae cura vos libero (f. 10 lv, 23), con le quali Grifone esternò il rifiuto di ogni solennità per la sua sepoltura, persino di una pietra che ne tenesse vivo il ricor­do, che egli preferiva sapere invece presente negli animi di coloro che restavano (in vestris animis reviviscere mei memo­riam non exprimi saxis expostulo, f. 102r, i sg.).

Ma le parole del morente raggiungono toni ancor più ca­richi di pathos negli attimi in cui egli con intensa pietà filiale raccomanda la propria madre, unica persona della famiglia rimastagli, ai suoi discepoli pregandoli di essere per lei al­trettanti padri come lui fu per loro: Matrem, praeterea, quae mihi sola superest, in tanto luctu suscipite commendatam et qualis ego in vos non corporis, sed, quod est maius, animi et mentium vestrarum pater extiti, tales in matrem sitis et quod­cumque mihi debere vos fatemini per pietatem vestram, oro, illi exolvite (f. 102r, 2 sgg.) 291.

Il Laurelio non indica espressamente né l’anno in cui il suo maestro nacque né quello in cui morì, ma entrambe le date possono ugualmente ricavarsi dal riferimento alla morte avvenuta al tempo in cui il pontefice Sisto IV si recò ad Amelia, Narni e Foligno 292, vale a dire nel 1476. Dalla preci­sazione secondo la quale Grifone visse annis octo et quadra­ginta, mensibus III, diebus X (f. 102r, 8 sg.) si risale, poi, fa­cilmente alla data di nascita, avvenuta quindi nel 1428 293.

Alla luce degli aspetti relativi alla vita e alla scuola di Gri­fone, fin qui evidenziati, si può osservare chiaramente come il ritratto morale del maestro amerino si stagli netto in tutta la sua grandezza, potenziato da componenti che in un certo qual senso non esiteremmo a definire agiografiche, principal­mente individuabili nella serie delle virtù cristiane attuate da Grifone non nella solitudine, che pure per qualche tempo ab­biamo sentito interessarlo vivamente, ma piuttosto nella vita attiva, secondo un modello per taluni aspetti vicino alla spiri­tualità del tempo, specie a quella francescana, come mi sembra di poter dedurre soprattutto dalla fervente devozione al santo di Assisi (divi Francisci quem religiosissime coluerat, f. 102v, 8 sg.), dalla scelta della povertà che indusse Grifone a non possedere altro se non libri, lasciati poi in eredità ai francescani (librorum unicam supellectilem ad divi Francisci... sacerdotes ex testamento voluit pervenire, f. 102v, 7 sgg.), dalla sua visione serena della morte e dal suo incontro con l’appe­stato, che non può non richiamare alla mente quello di Fran­cesco con il lebbroso 294. Un modello di vita, dunque, moral­mente irreprensibile, messa al servizio della comunità cittadi­na, alla quale Grifone intese trasmettere un’educazione fon­data sull’amore della cultura e sulla religione cristiana.

E qui si pone allora la domanda: fino a che punto può es­sere valida l’usuale definizione di Grifone come «il Quintilia­no di Amelia»? 295. In considerazione dei frequenti parallelismi concettuali sin qui riscontrati con il testo quintilianeo non v’è dubbio circa la pertinenza di tale denominazione, che del re­sto potrebbe benissimo attagliarsi anche al Laurelio, ma va altresì precisato che essa, presa per così dire alla lettera, ri­sulta alquanto riduttiva, poiché non tiene conto affatto della componente cristiana che stava alla base della vita e dell’in­segnamento di Grifone, il quale, come sottolinea il Laurelio, religionem imprimis coluit omnibusque eius ceptis divinam opem implorabat, similem morem a discipulis servari iubens et ut religionis cultor praecipuus ita contemptor superstitionis va­nis opinionibus et erroribus imbui quemquam non patiebatur (f. 100v, 19 sgg.).

E proprio in virtù della fervida fede religiosa il maestro amerino può essere inserito nel novero dei maestri umanisti che, come Francesco Barbaro, Vittorino da Feltre e Maffeo Vegio 296 cercarono di conciliare la sapienza cristiana con lo studio dei classici. Individuare con esattezza i probabili rap­porti di dipendenza di Grifone dai mestri dell’Umanesimo non è tematica di facile approccio se si tien conto soprattutto delle analogie di fondo che accomunavano le loro idee in te­ma di educazione e del fatto che queste, diffondendosi come polline nell’aria, finivano col mescolarsi e venivano facilmen­te assorbite facendo assai spesso perdere le tracce di prove­nienza.

Ritengo comunque opportuno operare almeno un rapi­do confronto fra Vittorino da Feltre e Grifone di Amelia, se non altro perché quest’ultimo ha organizzato una scuola di tipo « collegiale », per molteplici aspetti molto vicina a quel­la di Vittorino. Ebbene, la lettura della Vita Grifonis del Lau­relio, del De Victorini Feltrensis vita di Sassolo da Prato, del­la Vita Victorini Feltrensis di Francesco da Castiglione, del De vita Victorini Feltrensis dialogus di Francesco Prendilacqua, del De vita Victorini Feltrensis commentariolus di Bartolo­meo Platina 297 lascia registrare un numero assai elevato di analogie fra i modi di vivere e di insegnare dei due maestri, alcune delle quali ovviamente in comune anche a Quintilia­no. Fra le più salienti mi limito a rilevare che sia Vittorino sia Grifone insegnarono non a scopo di lucro, accogliendo anche studenti poveri che mantennero a spese dei ricchi 298; posero a base dell’insegnamento la Institutio oratoria di Quintiliano 299; esclusero dalla loro scuola soltanto i giovani ritenuti non degni per mancanza di intelligenza e per cattiva condotta 300; diedero grandissima importanza alla religione 301; ritennero dote indispensabile la bontà 302; giudicarono fonda­mentali l’esercizio della memoria 303 e l’attività ginnico-sportiva 304; accanto alle necessarie punizioni elargirono pre­mi 305; furono amanti della povertà, della frugalità, della mo­destia, della pudicizia e della carità 306; accolsero benevolmen­te la morte coscienti di aver ben vissuto 307. Sono sufficienti queste corrispondenze per attestare la sostanziale somiglian­za fra i sentimenti, gli atteggiamenti e la prassi pedagogica dei due maestri, posti ciascuno, ovviamente, su livelli di va­lori ben distinti per personalità, per sensibilità, per cultura e per freschezza di concezioni. Si può, pertanto, presumere che con ogni probabilità il maestro di Amelia si sia ispirato a Vittorino il quale, come è noto, divenne assai presto la massima auctoritas nel campo dell’educazione. Se dunque il ricordo del Laurelio relativo a Grifone è fedele, e nulla ci fa pensare che non lo sia, esso risulta ancor più interessante perché costituisce un’ulteriore testimonianza utile alla storia del Fortieben della pedagogia di Vittorino.

Ma torniamo più da vicino alla Vita Grifonis e precisa­mente alla parte in cui l’autore, secondo lo schema quintilia­neo della laus hominis ex corpore 308, comunemente seguito dalla tradizione biografica, delinea il ritratto fisico del mae­stro amerino:
Statura iusta fuit, capite raso, nigris oculis, ore paulo plenio­re; frontem vero latiorem habuit et nasum ab imo leviter adun­cum, rara supercilia. Color illi superpallidus assiduitate studendi fuit, vultus tranquillus serenusque; cetera membra teretia et ae­qualia; crurum graciitas, quae etiam circa poplites paulum infle­xa habuit; risus decens, sonora vox et expedita (f. 102r, 9 sgg.).
In considerazione dell’abbondanza di particolari finora presentati dal biografo, cui si accompagnano altri ragguagli relativi alle azioni di Grifone fra le più ordinarie nella vita di ogni giorno, come quelli inerenti alla sobrietà nel mangiare (cibi... mediocris fere et vulgaris erat quem nonnisi bis saepe semel die sumebat, f. 102r, 18 sgg.) ed al numero ridotto di ore da lui concesse al sonno (somni parcus, numquam enim amplius quam sex horas dormiebat; matutino tempore potius quam vespertino vigilabat, f. 102r, 20 sg.), nonché alla sua produzione letteraria 309 potrebbe a prima vista sorprendere l’assoluta mancanza di riferimenti ai nomi degli allievi che frequentarono la sua scuola, riferimenti ritenuti pressocché obbligatori nelle vite dei maestri 310 se non apprendessimo dal biografo che tale omissione è intenzionale in quanto il lo­ro numero sarebbe stato troppo elevato e per di più non con-facente al carattere dell’opera (Doctorum numerum qui sub eo profecerunt enarrare longum est et a re alienum, f. l00r, 17 sg.). Per noi, invece, la presenza anche soltanto di qualche nome avrebbe suscitato un interesse senza dubbio rilevante se non altro perché avrebbe offerto un contributo più circo-stanziato alla storia della vita culturale di Amelia al tempo in cui Grifone vi insegnò, se è vero come è vero, che in questa cittadina confluivano alla sua scuola giovani provenienti da ogni parte (ex Urbe totaque Italia pubes confluebat... cum un­dique ad eum concurreretur, f. 97v, 8 sgg.; e Romanis, Tuscis, Picentibus, Liguribus et tota Italia plurimos ab eo edoctos, f. l00r, 19 sg.). In altri termini, l’individuazione di alcuni suoi discepoli ci avrebbe forse permesso di venire a conoscenza che della formazione culturale di qualche personaggio a noi per altri aspetti ben noto.

Per fortuna, sulla scorta di altre fonti di informazione, al­meno tre di questi, oltre ovviamente all’autore della Vita Gri­fonis, allo stato attuale delle nostre conoscenze, escono dall’a­nonimato: Angelo, Antonio ed Alessandro Geraldini di Ame­lia 311. Che essi siano stati discepoli di Grifone lo apprendia­mo rispettivamente dalla Vita Angeli Geraldini scritta da An­tonio Geraldini 312 da alcuni versi che quest’ultimo compose in onore del maestro 313 e dalla Vita Alexandri Geraldini redat­ta dal pronipote Onofrio Geraldini 314.

Per una certa attinenza al tema di questo convegno riten­go opportuno soffermare brevissimamente l’attenzione su al­cune espressioni della Vita di Alessandro Geraldini, nelle qua­li mi sembra che si possa cogliere qualche riflesso, sia pure labile, dell’insegnamento di Grifone. Leggiamo i seguenti passi:
Alexander Geraldinus Amerinus maiorum vestigia sequutus, adolescens in patria sub Griphone philosopho educatus, omni litterarum genere abunde refertus, in Hispaniam cum Antonio fratre proficiscitur, suaque consuetudine politioribus litteris et poesi maxime imbutus (p. 229 sg.).

Ceterum dum suae virtutis et pietatis non obscurum argu­mentum praebet, erudiendae regiae proli Ferdinandi praefectus est, quo munere viginti totos annos maxima sui laude functus, reginas quatuor sanctissimis moribus et regiis ornamentis insti­tuit (p. 231 sg.).

Ubi tandem ad Indos appulit a praedicatione nunquam cessa­vit, sacris piisque moribus et institutis piebem sibi commissam erudivit... Laboris nunquam expers in civitate S. Dominici magna sanctitatis fama septuagenarius obijt anno 1525. Relictis multis lucubrationum clarissimarum monumentis in quibus non minus pius quam doctus extitisse probatur. Ea videlicet sunt:... De edu­catione nobilium puerorum lib. unus. De educatione nobilium puellarum lib. unus... De quantitate syllabaria et carminum com­positione (p. 236 sgg.).
Partendo dalla premessa secondo la quale la conoscenza della scuola di un maestro aiuta a far luce sulla formazione dei suoi allievi migliori, si può vedere, ad esempio, che Ales­sandro Geraldini, come Grifone, nutrì grandissimo interesse per la pratica pedagogica, testimoniato dalle tre opere sopra menzionate, purtroppo perdute, strettamente legate al mondo della scuola. La compilazione, poi, del De quantitate syllaba­ria et carminum compositione permette di cogliere un aspetto specifico del suddetto interesse, quello costituito dalla passio­ne per la grammatica che, per quanto concerne Grifone, il Laurelio mette in evidenza nella seguente dichiarazione: prae­cepta grammatices et pangendorum carminum legere pluribus opusculis tanta brevitate et arte complexus est ut priscorum ea de re praecepta amplius non desiderentur (f. 102v, 4 sgg.).

Non è difficile, infine, osservare come alcune locuzioni dei passi sopra riportati, oltre a documentare la fama del maestro Grifone, il cui insegnamento viene qui ricordato es­senzialmente per conferire lustro alla formazione culturale di Alessandro Geraldini, permettano di rilevare come questi ab­bia ispirato la propria esistenza agli stessi ideali che stavano alla base della vita e dell’insegnamento del suo maestro, vale a dire alla pietas e alla doctrina, testimoniate dalle espressio­ni non minus pius quam doctus (p. 236) e omni litterarum ge­nere abunde refertus (p. 229). Si potrebbe obiettare che si tratta di qualità troppo generiche ed assai comuni ai letterati dell’epoca ed in quanto tali poco idonee al fine di attestare con certezza l’influenza del maestro sull’allievo, ma tale in­fluenza prende maggior fondatezza quando si viene a consta­tare che questi stessi ideali il Geraldini, allo stesso modo di Grifone, mise al servizio non solo dei potenti, come risulta dalla frase reginas quatuor sanctissimis moribus... instituit (p. 231), ma anche dei più umili, come apprendiamo dalla noti­zia secondo la quale il Geraldini sacris piisque moribus et in­stitutis plebem... erudivit (p. 236).

E fra i più celebri personaggi che sperimentarono positi­vamente la pietas e la doctrina del nobile prelato amerino fi­gura, come tutti sanno, anche Cristoforo Colombo, il cui pro­getto, fu da questi vivamente caldeggiato 315. Non è compito mio illustrare l’apporto reale dato dal Geraldini alla realizza­zione dell’impresa colombiana; a me basta pensare soltanto che al conseguimento della doctrina ed alla pratica della pie­tas, qualità che Alessandro Geraldini mise comunque al servi­zio anche di tutta la vicenda relativa alla scoperta del nuovo continente ed al suo nuovo processo di acculturazione, con­tribuì, in prima istanza, l’insegnamento ricevuto da Grifone nella città nativa.

A questo punto, per concludere, possiamo certamente af­fermare che la figura del dotto e pio maestro di Amelia viene ora ad acquistare contorni assai nitidi, i quali connotano un vero e proprio modello di esperienza pedagogica e di sapien­za umana, religiosa e civile. La conoscenza più approfondita di questo umanista aiuta notevolmente, pertanto, a far luce anche sulla vita culturale della sua città, che grazie a lui non rimase isolata dal più vasto ed articolato panorama della cul­tura italiana, perché in questa città egli attuò una forma di insegnamento attento alle più recenti impostazioni metodolo­giche, ispirato in definitiva alle idee di Quintiliano fuse, però, in maniera armonica con le più recenti idee pedagogiche cri­stiane. Lo storico dell’educazione umanistica può così cono­scere meglio un maestro fino ad oggi quasi del tutto ignorato e dimenticato ed Amelia può coscientemente e degnamente vantare un’altra sua gloria da aggiungere a quelle a lei più care.


MASSIMO OLDONI

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