Bozze del libro con Ed. Pm




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NEL CUORE DELLE SCRITTURE

Bozze del libro con Ed. PM

Settembre 1998

TEMPO DI AVVENTO

Prima domenica di Avvento
Anno A : IL TEMPO DELLA SALVEZZA
Is 2,1-5

Rm 13,11-14

Mt 24,37-44
"Quello che succede nel giorno del giudicio, succede tutto il giorno ne' peccatori e ne' giusti, perché i corpi di quelli risorgono, ma a dura prigione, ed i corpi di questi a cara libertà. Molti leggendo questo Evangelio, si atterriscono, ma non considerano, che piuttosto questo è una continuazione di quello che succede tutto il giorno, essendo verissimo che liberi sono solo i buoni, e servi sono i peccatori"(Gregorio Barbarigo, frammento di omelia, luogo incerto). Sembra che questo discorso sia stato preparato ed abbozzato da S. Gregorio Barbarigo, per essere detto nella prima domenica di Avvento in cui si legge il Vangelo di S. Matteo, che tratta del giudizio finale. A prima vista, sembrerebbe strano che all'inizio di un nuovo anno liturgico ci venga proposto un brano che nella stesura del Vangelo è verso la conclusione di esso e della vita terrena di Gesù. Forse ci saremmo aspettati la lettura della genealogia del Signore. Questo ci porterebbe a considerare Cristo solo come un personaggio storico, la cui biografia inizia normalmente, cioè con la sua nascita a Betlemme. La fine del mondo non è un evento che deve venire; essa è già avvenuta ed avviene ogni giorno: "Quello che succede nel giorno del giudicio succede tutto il giorno". Il giudizio è già stato pronunziato perché il "kairos" di Dio si è completamente realizzato in Cristo, sacramento del Padre e si attualizza e perpetua nella Chiesa, sacramento del Cristo. Non è inutile ricordare che proprio in Matteo, il regno di Dio si identifica nella Chiesa, anche se tale identificazione non è totale perché il regno di Dio - e il brano odierno ce lo rammenta - si realizza pienamente in un evento escatologico che ha avuto inizio con la Chiesa, si sviluppa nel corso dei secoli e si rivelerà alla fine dei tempi.

In questo "giorno di Dio", che è unico nella sua entità, ma che si sviluppa lentamente fino alla sua pienezza preordinata, c'è la fugacità del presente cristiano che ci appartiene e che dobbiamo vivere proiettandoci nel futuro perché noi, come scrive Karl Rahner, non possiamo concepire il nostro presente che come il sorgere, il divenire, come la dinamica verso il futuro (cf. K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede, Roma, 1977, p. 548). Il cristiano, all'esterno non è diverso da colui che non vive nello spirito di Gesù. Il presente impegna l'uno e l'altro con la fatica e sotto il peso di un'umanità che fa sempre sentire i propri limiti e le proprie esigenze, ma agli occhi di Dio la differenza tra i due emerge in tutta la sua evidenza e alla fine dei tempi sarà evidente a tutti coloro che hanno percorso lo stesso tratto di strada. Essi sono stati, in verità, assillati dagli stessi problemi esistenziali, ma l'uno, il cristiano, con gli occhi della fede attenta e il cuore innamorato pronto a cogliere in essi la presenza del Signore che viene, l'altro chiuso in sè, attento al proprio lavoro, attanagliato dal cerchio dell'esistenza, senza sbocchi e senza amore.

Si impone a tutti noi un impegno costante a gettare via "le opere delle tenebre" e a far crescere in noi la grazia di Cristo, che ci vuole operatori di pace, artefici di bene, testimoni di onestà, attenti e intelligenti strumenti della salvezza da lui compiuta e a tutti affidata... ogni giorno: essendo verissimo che liberi sono solo i buoni, e servi sono i peccatori".


Anno B : LA VITA E’ UN DONO GRANDE 
Is 63, 16-17.19; 64,1-7

1 Cor 1,3-9

Mc 13,33-37
La vita è un dono grande. (...) La bontà è la regola cui deve ispirarsi la nostra vita. Essa ha radici nella giustizia, ma soprattutto nella carità (Andrea G. 15 novembre 1993). Ecco lo stralcio di alcune righe scrittemi da un caro amico e che mi hanno fatto molto riflettere. L'anno liturgico non è il ripetersi vecchio di date e ricordi sempre identici, ma il crescere nella bontà e quindi nella scoperta e nella conoscenza del mistero di Gesù e nel lasciare crescere in se stessi la vita di Gesù. E la vita diventa meravigliosa avventura se nell'uomo buono c'è sempre un profondo senso di attesa e di scoperta. Ogni uomo dovrebbe essere un po' come un bambino che guarda con i suoi occhioni il mondo e riesce a stupirsi di fronte al cielo stellato, a una cascata d'acqua, a una belva feroce, a un fiore. Di fronte a Dio siamo e dobbiamo scegliere di essere sempre bambini. E come loro essere capaci di sorprenderci, di meravigliarci, di cogliere il primo momento forte. Ecco perché ci è proposto il brano del Vangelo di Marco in cui Gesù, ripetutamente invita: "State attenti, vegliate... vigilate... vegliate" (Mc 13, 33-37). E' un atteggiamento attivo nella consapevolezza che la vita, grande dono, dev’essere vissuto all'insegna della bontà. Proprio di essa oggi il mondo ha bisogno, sembra che il mondo sia assetato di bontà e purtroppo questa bontà non esista in alcuni significativi ambienti come l'economia e la politica. Essa non esiste più perché è scomparsa la giustizia e la carità. Tutto questo richiede al cristiano di essere profeta in questi luoghi, uomo buono e vigile. Perché l'Uomo che verrà sarà un Uomo Buono per il quale: la bontà è la regola cui deve ispirarsi la nostra vita. Essa ha radici nella giustizia, ma soprattutto nella carità.

Chi pone in pratica questa regola deve prevedere la Croce, deve prevedere la fine di quello stesso Uomo Buono che si chiamava Gesù. Celebreremo il Natale, celebreremo la festa di una bontà ricoperta di giustizia, ma soprattutto di carità. Attendiamo la Sua venuta. Ieri ad accogliere il Signore che stava per venire, c'erano Maria di Nazareth e Giuseppe, il vecchio Simeone e la vedova Anna, ognuno segnato da esperienze della vita diverse e difficili, ma tutti uniti dalla vigilanza e dalla bontà dell'accogliere "colui che deve venire", nei modi in cui decide di venire. Chi invece, come Erode e i suoi accoliti, attendeva e attende un Salvatore, ma è pronto ad accoglierlo solo se corrisponde alle proprie idee e ai propri progetti, può senz'altro illudersi di essere vigilante, ma certo non incontrerà il Signore. Non ci rimane che pregare con la Chiesa: "O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene" (Colletta). E speriamo che a compiere le buone opere siano uomini che hanno assunto come regola della propria vita la bontà, che ha radici nella giustizia, ma soprattutto nella carità.

Anno C : IL VIAGGIO INTERIORE
Ger 33,14-16

1 Ts 3,12-4,2

Lc 21,25-28.34-36
Un apologo sufì narra di un siriano che vide in sogno un egiziano che gli diceva: "Vieni al Cairo, e accanto alla mia casa troverai un tesoro sepolto" Il siriano affrontò il lungo viaggio, ma quando fu a metà strada incontrò l'uomo che gli era apparso in sogno, il quale gli disse: "Anch'io ti ho sognato, e mi dicevi vieni a Damasco, e accanto alla mia casa troverai un tesoro sepolto". Il cuore dei due uomini si illuminò. Decisero di tornare nelle loro case, scavarono in giardino e vi trovarono due fantastici tesori (J. Brun , D. Zahan, D.L. Mille, “Il vertice e l'abisso. La simbologia dell'ascesa e della discesa Red Edizioni, Como 1994). Per questa ragione Agostino ammoniva: "Noli foras ire, in interiore homine habitat veritas". Il tesoro nascosto è quello che si nasconde nel cuore di ogni uomo. Da sciocchi è cercare quella ricchezza in terre lontane; il mistico persiano Gialal ad-Din Rumi giunge al punto di affermare che il Pellegrinaggio autentico, non è per i mussulmani, quello alla Mecca, ma è un "viaggio interiore" che si compie in direzione del cuore. E' propria dell'Avvento la direzione del cuore... La direzione del cuore è la strada che l'Avvento ci propone. E' un invito ad entrare in noi stessi, a coltivare la vita spirituale. L'uomo può avvicinarsi a fantastici tesori nascosti nel "giardino di casa" se coltiva la vita spirituale la cui essenza è quella di rendersi attenti in sé stessi a un Altro da sè. Qualcosa di più grande della più amata e profana "vita interiore" che consiste egoisticamente nel rendersi attenti a sé e ai propri sogni. La distinzione si capisce avvicinandosi alle parole e alle esperienze dei mistici come santa Teresa d'Avila, san Giovanni della Croce, santa Chiara. L'Avvento è uno dei grandi periodi che ci educano all'attesa, è uno dei grandi periodi che cercano di costruire in noi una seria vita spirituale. L'uomo contemporaneo vive, come ai tempi di Geremia una situazione di esilio e di morte, a questo uomo, oggi viene predicato il Suo Avvento che è misericordia e salvezza totale. Sarà il Germoglio giusto a manifestare tutta la grandiosa opera di salvezza. E questo sarà compimento di un antica promessa. Ma questo linguaggio è oggi ancora comprensibile? L'uomo deve essere educato a pensare e ad agire secondo un'unica grande promessa, quella di Geremia: "Ecco verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda". E' una promessa di bene, quella che il Signore per noi compie con la venuta di Gesù: Egli è la nostra unica promessa sulla quale siamo disposti a scommettere tutta la nostra vita. Per questo dobbiamo seguire la strada dell'Avvento: la via del cuore, capace di tanti slanci, di grandi entusiasmi, di un grande amore. Mi tornano in mente le parole di una invocazione che da piccolo mia mamma mi ha insegnato a recitare, la sera, davanti al presepio: "Bambin Bello, Bambin caro/ vieni a nascer nel cuor mio/ così freddo, così gelido/ Bambin da me sei poco amato." Buon Avvento e ...se il Signore nascerà nel nostro cuore, forse esso sarà più buono!


Seconda domenica di Avvento
Anno A : IL DESERTO LUOGO DELLO SPIRITO
Is 11,1-10

Rm 15,4-9

Mt 3,1-12
Il deserto di Giuda è fatto di pietraie tra le quali alligna qualche ciuffo d'erba brucato dalle pecore dei beduini, dei quali ancora oggi si intravedono spesso le tende. Tra questi sassi e arbusti, bruciati dal sole estivo, vivono solo serpenti, scorpioni e cavallette.

Questa terra è deserta e nel deserto Dio incontra l'uomo: questa è l'esperienza di Gesù, questa è l'esperienza di Giovanni il Battista e degli Esseni, questa è l'esperienza del primo monachesimo che in questo deserto trova la sua casa. E' una terra benedetta dalla santità degli eremiti, consacrata dalla vita e dalla continua preghiera degli anacoreti, persone che hanno avuto il cuore ripieno di Spirito Santo, come il cuore di Gregorio del Sinai, che secondo alcuni visse anche in questo deserto: "Il cuore liberato da ogni pensiero e mosso dallo stesso Spirito Santo è divenuto un vero tempio, già prima della fine dei tempi. La liturgia vi si celebra interamente secondo lo Spirito. Colui che non ha ancora raggiunto questo stato sarà forse, grazie ad altre virtù una buona pietra per l'edificazione di questo tempio. Ma non è lui stesso il tempio dello Spirito, né il suo grande sacerdote" (Gregorio del Sinai).

Fare un programma di rinnovamento, un programma teorico è piuttosto facile. Spesso però esso è alienante nel senso che, o si prefigge delle mete irraggiungibili per l'uomo, o è talmente mortificante e riduttivo da non fare emergere in tutta la sua bellezza la novità cristiana. L'uomo nuovo è invece colui che ha il cuore liberato da ogni pensiero e mosso dallo Spirito Santo, non è frutto della filosofia né solo dello sforzo dell'uomo; la novità è dono dello Spirito di Dio. Solo lo Spirito è capace di creare il mondo dal nulla, di stabilire l'ordine sul caos (Cf. Gn 1,2) e di far spuntare da un tronco rinsecchito, un virgulto (prima lettura). Il grembo sterile e vecchio di Sara diventato fecondo, o il deserto arido e soffocante di Meriba, in cui era sgorgata una sorgente erano ormai dei ricordi per il popolo d'Israele. Ricordi e non "memoriali", avvenimenti lontani e non continuamente presenti nella vita; religione e non fede, rito e non una liturgia celebrata interamente secondo lo Spirito. Niente e nessuno è escluso dal soffio creatore dello Spirito che rende il cuore dell'uomo un vero tempio, già prima della fine dei tempi. Per questo uomo, Cristo si è fatto "servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri", mentre "le nazioni pagane glorificano Dio per la sua misericordia" (Seconda lettura, Rm 15,8-9). La salvezza opera dello Spirito e dono del Padre, rinnova l'uomo con l'uomo. Verrebbe qui da ricordare l'affermazione di S. Agostino: "Colui che ti creò senza di te non ti salva senza di te". La risposta dell'uomo alla proposta salvifica di Dio è la "conversione": è fare "dietro-front" rispetto al proprio progetto di vita per aderire al progetto che Dio ha su di noi; è ribaltare le proprie certezze interiori e le proprie sicurezze esteriori per far spazio all'unica certezza e cioè che il regno di Dio è vicino ad ognuno, anzi è in ognuno. Bisogna come Giovanni Battista, farsi, ogni giorno, "poveri" e "fedeli" perché solo allora potremo, come dice il brano del Vangelo di oggi "fare frutti degni di conversione". "Poveri" nello spirito, ricordando che non c'è vera povertà di spirito, se non c'è anche una scelta di povertà reale, "fedeli" di quella fedeltà a Dio che fa premettere al proprio tornaconto o alla stima e all'amicizia degli altri, la stima e l'amicizia di Dio.


Anno B : SUL SENTIERO DELLA LUCE
Is 40,1-5.9-11

2 Pt 3,8-14

Mc 1,1-8
Il rito siro-occidentale o siro antiocheno costituisce la tradizione degli ortodossi siriaci nel Patriarcato di Antiochia e in India, così come dei cattolici siriaci e malankaresi. Tre centri liturgici principali hanno avuto influenza alle origini di questi riti: Antiochia, Gerusalemme ed Edessa. Di questi solo Edessa era un centro di lingua e cultura siriaca; le altre due erano città greche, sebbene non senza una minoranza di lingua siriaca. In tale liturgia, ad Edessa, troviamo il sogito o poesia, dopo i salmi vespertini, che riassume il tema della luce del Sal. 118, 105: Accendete le vostre lampade, fratelli, perché è giunto lo Sposo che doveva venire, ...Nel giorno del giudizio aprirà loro (ai giusti) il paradiso della luce... Illumina i nostri cuori, Signore, e fa' che i nostri passi camminino sul sentiero della tua parola. Alla sera, quando si estingue la luce, sii per noi sole, e saranno illuminati da te... . Il cammino dell'Avvento è un cammino che ha un sentiero: è il sentiero della Parola di Dio, su questo sentiero oggi la Chiesa ci guida. Il Signore sta per venire, tocca a noi cogliere la sua presenza nel divenire della nostra storia, guardata e studiata con vigilante amore. "Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità... Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la tua voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme" (Prima lettura Is. 40, 2a. 9-11). Questa esperienza della liberazione sempre viva nel popolo ebraico, non solo per la grande liberazione della schiavitù egiziana, diventa segno della grande e totale liberazione che Dio compie, oggi, per mezzo del suo Figlio Gesù. Sono orizzonti nuovi e direzioni nuove che l'uomo non avrebbe mai potuto né pensare né sognare, chiuso, com'era, nell’ambito della propria caducità. Il grido entusiasta di Pietro "Noi aspettiamo cieli nuovi e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (seconda lettura, 2Pt 3,13), non è solo l'affermazione della fine di questo mondo, ma nello spirito della liturgia dell'Avvento, è la certezza della creazione nuova che è iniziata storicamente a Betlemme e che si sta realizzando quotidianamente nell'universo da quando Cristo è nato tra noi. Da parte nostra però bisogna anzitutto preparare in noi le strade al Signore, riconoscendoci peccatori, come la folla intorno a Giovanni, il battezzatore, e, confessando la propria miseria, lasciarci inondare dal perdono di Dio e intorno a noi preparare le vie al Signore nel deserto del vivere quotidiano, lottando per superare le ingiustizie sociali, economiche, politiche, raziali, culturali che dilaniano la vita di ogni giorno. Ne consegue allora l'impegno di opporre alla forza dell'odio la forza del Vangelo che si fa accettazione e difesa della vita, in tutte le sue espressioni, dal bimbo che è concepito nel grembo materno, al vecchio che chiede di morire con dignità, dal giovane che attende di essere ascoltato ed aiutato a crescere, all’adulto che vuole essere con tutti cooperatore per una civile convivenza e non per un vivere che è simile a quello di animali selvaggi e feroci.

Questa lotta che nasce dall'amore per Dio, dalla certezza che Egli sta per venire e dalla speranza di saperlo riconoscere ed accogliere, non diventa però per noi un assoluto. La lotta, il preparare la strada, l'appianare le colline, il riempire le fosse sono tutti momenti di passaggio, tappe obbligatorie; l'assoluto rimane Lui, Gesù Cristo Signore che contempleremo in tutta la sua divina maestà, quando "la comunione con il Cristo, nostro Salvatore" (colletta) non sarà vissuta nella fede, ma realizzata totalmente nella visione.

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