Bozze del libro con Ed. Pm




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Terza domenica di Quaresima
Anno A: INCONTRO AL POZZO DI SICAR
Es 17,3-7

Rm 5,1-2.5-8

Gv 4,5-42
Noi abbiamo due vite: una è quella in cui già qui ci troviamo, l'altra è quella nella quale noi speriamo ( .. ). Ora noi camminiamo verso la speranza, e in realtà noi non potremmo camminare, se non avessimo la speranza”. E continua: “La speranza è necessaria a questo nostro cammino peregrinante, ed è la speranza quella che dona conforto, mentre si cammina. Il viandante, allorché viene sorpreso dalla fatica mentre è in viaggio, riesce a tollerare la fatica proprio perché spera di giungere alla meta. Se tu gli togli la speranza di arrivare subito verranno meno le forze necessarie al suo cammino. Ne segue allora che anche la speranza, che noi abbiamo ora e qui, appartiene ai giusti diritti del nostro pellegrinaggio”. In questa terza domenica di Quaresima scegliamo come “amico” che guida la nostra riflessione sulla liturgia odierna, uno dei più grandi Padri della Chiesa: Agostino di Ippona. Il brano scelto è tolto dal Commento al Salmo 60,4 e dal Sermone 158,8. Agostino, oltre che per la sua alta riflessione teologica è conosciuto per la sua singolare conversione, narrata nel libro 'Le Confessioni'. E' questa un'opera adatta al periodo che stiamo vivendo, che suggerisce a noi conversione. Il cammino della conversione nella misura in cui è sprone ad aderire alla Parola di Dio ( prima domenica di Quaresima) e ad essere uomini di fede che sanno, in Cristo e con Cristo vincere la morte e camminare verso la Risurrezione (seconda domenica di Quaresima), ci provoca a scendere dentro di noi, a scandagliare il nostro povero cuore togliendo ogni maschera per riscoprire autenticamente il nostro posto di fronte a Dio, di fronte a noi stessi e agli altri. Dal pozzo di Sicar, Cristo, che pure poteva passare da un'altra strada, cioè dalla valle del Giordano per raggiungere la Samaria, "doveva passare". Per far iniziare un nuovo cammino di conversione, per ridare speranza perché: la speranza, che noi abbiamo ora e qui, appartiene ai giusti diritti del nostro pellegrinaggio. La conversione parte, sempre da una speranza, la speranza di essere capiti, di essere accolti, proprio ciò di cui aveva bisogno la samaritana. Dio ha i suoi appuntamenti con ognuno di noi; ha una pazienza infinita per attenderci e sa cogliere i momenti in cui ci accorgiamo di avere sete. E' il momento di Dio e ogni uomo, prima o poi, si trova a vivere questi meravigliosi o tragici momenti. Allora non basta più la capacità di suscitare questioni che sono interessanti, ma non vitali. "Come mai tu che sei giudeo, chiedi..."; allora non basta più ironizzare, "Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo"; allora c'è solo da fare una cosa, o fuggire o arrendersi a questo interlocutore che sembra conoscerci da sempre (Hai detto bene...) e che ci aiuta a ribaltare convinzioni. Come nel deserto di Meriba l'acqua scaturisce dalla roccia per dissetare la gola riarsa del popolo pellegrino e rinsaldare la fede nel Dio che salva, così qui, sul pozzo di Sicar, e nei mille appuntamenti con la speranza nella nostra vita, Cristo ci attende e mentre ci chiede di amarlo e abbiamo l'illusione di essere noi a offrirgli un aiuto, non ci accorgiamo che Lui ci amava da prima, ci attendeva da tempo. Dal vederci come Lui ci vede, non nasce la paura, ma la speranza perché capiamo che nel mondo non ci sono, agli occhi di Dio, i buoni e i cattivi, i puri e gli impuri, i samaritani e i giudei, i santi e i peccatori. Ci sono soltanto quelli che hanno trovato Dio e quelli che ancora lo cercano, magari confondendolo con l’arsura della carne" che tutti ci affratella a questa intraprendente donna dai cinque mariti. La speranza in un mondo che diventa più buono perché ognuno di noi, lasciandosi convertire da Cristo, diventa più buono e sa che la salvezza è un dono che non è proporzionato al peccato, ma nasce dall'amore di Dio, che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,8) e diventa testimonianza viva. Questa donna che va, lei, la meno indicata, a gridare a tutti che forse ha incontrato il Messia, e diventa apostola, non finisce di stupirci. Come non finisce di stupirci la splendida figura del santo di Ippona: Agostino. Si diventa credenti come si diventa innamorati e se si è innamorati, prima o poi, si grida al mondo il proprio amore.

Anno B: IL DONO DELLE “DIECI PAROLE”
Es 20,1-17

1 Cor 1,22-25

Gv 2,13-25
"L'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà, quella libertà cui i nostri contemporanei tanto tengono e che ardentemente cercano e a ragione. Spesso però la coltivano in malo modo, quasi sia lecito tutto purché piaccia, compreso il male. La vera libertà, invece, è nell'uomo segno altissimo dell'immagine divina. Dio volle, infatti, lasciare l'uomo "in mano al suo consiglio". Perciò la dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere" (Gaudium et spes 17). Questo brano tolto dal noto documento del Concilio Vaticano II ben descrive la situazione nella quale si iscrivono i Dieci Comandamenti o meglio, come li chiameremo “le Dieci Parole”. Sembra paradossale, di fronte al brano che presenta i "Dieci Comandamenti", affermare che viene messo in discussione il Dio della legge. In realtà, il celebre passo dell'Esodo comincia così: "Dio pronunciò tutte queste parole..." Si tratta, prima di tutto, di parole di rivelazione. Non è la presentazione di un codice. Ecco perché, nella tradizione ebraica, non si parla di "Dieci Comandamenti" ma si dice " Le Dieci Parole". Quello è un dono (e di fatto, è sempre stato celebrato come tale in Israele), non una serie di imposizioni arbitrarie da parte di un Sovrano inflessibile. Dagli Ebrei il Decalogo non è mai stato inteso come una legge in senso strettamente giuridico, ma come un mezzo privilegiato per entrare in rapporto con la volontà del proprio Dio e quindi per amarlo. Ecco perché Israele ha collocato le "Dieci Parole" al centro della Rivelazione e dell'Alleanza. Aggiungeremmo che le ha sempre inserite nel loro contesto naturale: la liberazione. "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù" e dunque si rivolge all'uomo libero descritto da Gaudium et Spes 17. A chi gli faceva notare, infastidito, che il Decalogo conteneva troppe proibizioni, un rabbino rispose: "Nelle "Dieci Parole" c'è una sola proibizione fondamentale: non tornate indietro, non tornate in Egitto, non tornate alla casa di schiavitù. Il Decalogo, come osserva uno studioso, rappresenta "il punto di non ritorno". Sono sbarrate da Dio tutte le strade che portano indietro. Tutte le altre rimangono aperte. "Ama e fa' quello che vuoi" dirà Agostino. Le "dieci parole sono lo statuto degli uomini liberi: l'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà, quella libertà cui i nostri contemporanei tanto tengono e che ardentemente cercano e a ragione. Rappresentano la salvaguardia di un popolo "liberato". E da esse emerge, non l'immagine di un Dio della legge, ma di un Dio liberatore. Anche se, necessariamente, sull'orizzonte del credente è presente la legge, tuttavia essa non viene avvertita in un'ottica legalistica come peso, ma come sorgente di gioia. "Nella tua volontà è la mia gioia" (Sal 119,16), "La tua legge è la mia gioia" (Sal 119,77) e per giungere a questa gioia è necessaria una purificazione. La "purificazione" del Tempio, attraverso la cacciata dei mercanti, significa anche purificazione dell'immagine di Dio: il Dio del culto, appunto. Intendiamoci, Gesù non abolisce il culto, e nemmeno lo pone in discussione. Mette in crisi, invece, un certo modo di intendere la venerazione di Dio che utilizzava anche il mercato, baratto ecc. Gesù boccia inesorabilmente un rito inteso come tentativo di tirare Dio dalla propria parte, tenerlo buono, fargli chiudere un occhio sulle nostre malefatte, grazie a qualche omaggio esteriore. No, Dio non si presta a questi traffici. Dio non è esattore esigente, oppressivo e fiscale, nemmeno di quell'imposta chiamata preghiera. Il tempio dominato dai mercanti può suggerire l'idea di un Dio "commerciante", ma Dio è gratuito. Non si possono comprare i suoi favori. Il denaro non può mai prendere il posto della "gloria". Nel Tempio si deve celebrare unicamente una liturgia della gratuità e dell'amore.


Anno C: I SEGNI DI DIO
Es 3,1-8.13-15

1 Cor 10,1-6.10-12

Lc 13,1-9
Queste righe sono la vicenda di nostro figlio Fabrizio, una vicenda nata due anni fa, quando correndo in bicicletta per le strade di Cene, fu investito da un'automobile. Il grave incidente stradale non lo dimenticheremo mai; esso stava per uccidere la vita di un ragazzo di undici anni, la vita di nostro figlio.

Ora Fabrizio frequenta la classe terza media, è tornato a correre in bicicletta e gioca contento con gli amici. Il nostro dolore ora ha lasciato il posto al sorriso, un sorriso dimesso e discreto, un sorriso che ha imparato tante cose. Un sorriso che ha imparato, attraverso il pianto, quanto sia fragile la vita e come essa sia uno splendido dono del quale non siamo i padroni. Abbiamo imparato che nella vita solo alcune realtà sono importanti e che, tante volte, rivestiamo di importanza cose che non valgono e sono superflue. E' nata così nella nostra vita la consapevolezza di essere piccoli e fragili, l'umiltà di sentirci servi e non padroni della vita. Il lavoro di medici, fisioterapisti e infermieri ha saputo ridare dignità alla vita di Fabrizio. Infatti una vita che ha vinto la sua battaglia con la morte è una vita debole, sfinita, una vita incapace di movimento, di sorriso, di vivacità. A Mozzo, piano piano la vita ha ripreso tono, è rinato il movimento, è tornata la parola: una parola prima debole e confusa, poi lenta, infine chiara e forte. Non possiamo dimenticare tutto questo; diceva un tragico greco: "Chi lascia cadere la memoria di un beneficio non può considerarsi uomo". Vogliamo ringraziare tutti i medici e coloro che lavorano in ospedale, che in modo nascosto, senza alcuna gratifica compiono ogni giorno degli autentici prodigi diventando "schiavi della vita" nella lotta contro la morte. Vogliamo ringraziare tutti gli amici che ci sono stati vicini, che sono stati vicini a nostro figlio. Nella sofferenza abbiamo scoperto persone capaci di cordialità, di forza e di disponibilità. Vogliamo ringraziare i nostri parenti e, tra tutti soprattutto e prima di tutto, un parente che noi cristiani diciamo Padre. In questa situazione ci siamo resi conto anche di Lui, di come forse l'avevamo trascurato. Troppe cose catturavano prima la nostra vita; ora invece ci sembra di capire di più, ci sembra che senza Dio anche tutte queste persone buone sarebbero state inutili. Allora proprio in questa società debole ed in crisi noi ci auguriamo che queste righe vadano "contro corrente", perché ciascuno di noi possa aprire i propri occhi al bene presente nel mondo che ci circonda. Siamo convinti infatti che solo "guardando" il bene saremo capaci di "fare" il bene. (Martine e Tonino, 15.12.1992)

Dio parla ancora all'uomo di oggi? E una domanda che spesso affiora dal cuore e dalle labbra di tanti che sono preoccupati di capire la parola del Signore e di mettersi definitivamente alla sua sequela, è affiorata anche nell’animo di questi genitori Martine e Tonino, colpiti da una grande sofferenza. Gesù ci dà oggi un esempio di come il cristiano debba saper leggere negli avvenimenti di ogni giorno la parola del Padre. Una torre crollata addosso ai costruttori con 18 vittime e una carneficina «legalizzata» dal potere, sono eventi di fronte ai quali si può reagire con la violenza di chi vorrebbe restituire violenza a violenza o di chi vorrebbe vedere, diabolica tentazione del confronto nelle disgrazie altrui una punizione per il male compiuto dalle vittime e nella propria incolumità una benedizione di Dio per il proprio operare. Il Signore invece ribalta questo modo di ragionare, tipico dell'egoismo e segno di mancanza di fede, per insegnare ai suoi ascoltatori e a noi che la disgrazia abbattutasi sulle vittime è il segno che il giudizio di Dio incombe su tutti, su ognuno di noi. Un giudizio che giunge improvviso, come improvvisa si abbatte una sciagura sulle malcapitate vittime. Per questo è necessario vigilare per saper cogliere in questi eventi, che si possono leggere in mille modi a seconda dell’angolazione esistenziale con cui li si giudica, i segni di una proposta d'amore che Dio continua a fare agli uomini, prima che quella proposta si cambi in giudizio definitivo e inappellabile sul come quella proposta è stata accettata. Non è inutile in un momento della storia come quello attuale in cui si cerca in tutti i modi di offendere la Chiesa giudicandola retrograda e inquisizionale, notare che la Chiesa, prolungamento storico di Cristo, come il suo Maestro, non giudica nessuno, nel senso che impone qualcosa, ma prende e fa prendere coscienza di un fatto già esistente e ne trae le debite conseguenze. «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti in questo fico, ma non ne trovo. Taglialo» (Lc 13,7). Posta questa premessa, comprendiamo che, secondo l'insegnamento di Gesù, di fronte agli eventi della vita, non dobbiamo disperare, quasi che Dio si sia stancato dell'uomo, né fare affidamento sulla misericordia di Dio per iniziare in un domani che non diventa mai oggi, a portare frutti di conversione. La pazienza del Signore non si può programmare secondo canoni umani che puzzano più di accomodamenti, anziché profumare di coraggio e di attenzione o di amore. Milioni di volte abbiamo deluso l'attesa di Dio. Fino a quando continueremo a farlo? La liturgia odierna, facendo sue le parole dell'apostolo Paolo, ci aiuta a capire che non basta essere stati battezzati, o partecipare alla liturgia, o pensare di aver fede, per essere salvi. Qual è allora il segno che amiamo realmente il Signore? Avere il cuore attento a cogliere la volontà di Dio nelle molteplici situazioni della vita e portare frutti d'amore, quell'amore su cui, alla fine, saremo giudicati.

Quarta domenica di Quaresima
Anno A: UNA FEDE CHE DA’ LUCE
1 Sam 16,1.4.6-7.10-13

Ef 5,8-14

Gv 9,1-41
Sulle colline del Burundi una ragazza sui 12 anni soffre dolori atroci all'addome. Il verdetto dei medici è drammatico: tumore maligno alla testa del pancreas. Il chirurgo ordina ad un giovane assistente: «Chiudi, ne avrà per poco». Mamma Tomasina mette sul comodino della figlia Sabina l'immagine del Conforti e inizia una novena. Ma nessuno spera, si è alla fine. Fa celebrare una Messa. «Forse la Messa non era ancora finita racconta oggi la signora Sabina - quando mi venne un forte desiderio di andare anch'io alla Messa. Sentii di averne la forza. Mi sollevai. La gente non crede ai propri occhi: quella è Sabina, in piedi, sorridente ad accoglierli. Tutti rimangono meravigliati e si grida al miracolo. Il 22 giugno 1994 si conclude la ricerca di documenti e testimoni del fatto miracoloso. La consulta medica dà responso positivo. Diagnosi: tumore alla testa del pancreas. Modalità di guarigione: inspiegabile in base alle conoscenze mediche. Sette teologi riuniti in congresso hanno ravvisato la concomitanza - come stretto nesso di causa ed effetto - tra le invocazioni rivolte al Venerabile Servo di Dio Guido Maria Conforti, e a lui solo, e il prodigio della sanazione (9 dicembre 1994). I Beati Daniele Comboni (1831-1881), vescovo dell'Africa Centrale, fondatore della famiglia comboniana, e Guido Maria Conforti (1865-1931), vescovo di Ravenna e Parma, fondatore della famiglia saveriana, sono due grandi missionari che il Papa ha insieme innalzato agli onori degli altari. Il Vangelo di questa domenica di Quaresima assume una particolare luce se lo si legge di fronte all'esempio dei due grandi Vescovi, recentemente beatificati. La guarigione del cieco nato e la guarigione della bambina Sabina hanno un'origine comune. «Tu credi nel Figlio dell'uomo?». Egli (il cieco) rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in Lui?”. Gli disse Gesù: «Tu l'ha visto: colui che parla con te è proprio Lui». Ed egli disse: «Io credo, Signore.». E gli si prostrò dinanzi. E’ la fede ciò che produce la salvezza del cieco e della bimba malata di cancro; quella fede che può muovere le montagne può guarire le persone. Quelle guarigioni poi sono un segno di una più profonda guarigione che il Figlio dell'uomo è venuto a portare. Il Nazareno non è un potente medico che libera dalla cecità o dal tumore; è qualcosa di più: Egli libera l'uomo da una cecità e da un tumore ben più grave e radicale, che si chiamano peccato. Ma per liberare dal peccato, per operare le guarigioni, occorre la fede in Gesù, sapere che Egli esiste e che è in grado di curare il nostro terribile male. Molti uomini ancora oggi di fronte alla domanda «Tu credi nel Figlio dell'uomo?» rispondono: «E chi è, Signore, perché io creda in Lui?». Comboni e Conforti si sono accorti di questo e hanno dedicato la loro vita a guarire gli uomini ciechi ed ammalati dal tumore maligno del peccato con un forte e chiaro annuncio di fede ai popoli che ancora non conoscevano Gesù. L’uomo al quale i due beati si rivolgono è un uomo schiavo, schiavo e malato, ma un uomo che può essere riscattato se riconosce la propria cecità e la propria malattia, uno schiavo che può diventare uomo libero: «Tutti gli schiavi fuggiaschi che troverò in giro io li porterò da me. E non restituirò mai questa gente ai loro padroni. Qui di ogni schiavo si fa uomo» (Mons. Daniele Comboni, stralcio da una lettera da Khartoum). Che la Quaresima ci trasformi da schiavi in uomini liberi!

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