Bozze del libro con Ed. Pm




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Anno C: DALLA PARTE DEL PECCATORE CHE SI PENTE
Is 43,16-21

Fil 3,8-14

Gv 8,1-11
«In una sentenza, riportata dal primo Vangelo in un contesto polemico, Gesù dichiara ai capi giudei di Gerusalemme: 'In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute prendono il vostro posto nel regno di Dio' (Mt 21, 31; Lc 18,9-14). Questa dichiarazione "scandalosa” di Gesù corrisponde alla sua scelta di stare a mensa con i “peccatori e i pubblicani”, al punto di dare credito alla diceria diffamatoria che circolava sul suo conto: "Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori" (Mt 11, 19, Lc 7, 34). Egli si giustifica appellandosi allo stile di Dio che come un medico va a trovare quelli che stanno male, e come un pastore va a cercare la pecorella perduta (Mt 9, 12; Lc 15, 4-7)» (Rinaldo Fabris, «Gesù di Nazareth: Storia ed interpretazione», Cittadella editrice, Assisi 1983, p. 129). E’ un brano ormai “classico” a guidare la nostra riflessione in questa quinta domenica di Quaresima. Queste righe ben dipingono il volto di un Gesù pieno di misericordia che saprà vivere la morte in Croce nella Pasqua che ormai contempliamo vicina. La pagina del Vangelo di oggi? Lo splendido quadro della donna adultera. E’ uno dei brani evangelici più potenti; esso si carica di straordinaria poesia e di finezza psicologica sopraffina. Il quadro è incantevole, in esso già sentiamo risuonare l'espressione “O felix culpa” dell'Exultet pasquale. O felice colpa! Chi mai avrebbe osato dichiarare che nell'errore vi è bellezza? Sembra una bestemmia. Ed invece è una grande verità di fede, nell'errore vi è bellezza quando esso viene umilmente riconosciuto. La colpa umilmente riconosciuta pone l'uomo nella dimensione della sua radicale povertà, della sua miseria, si sente povero, debole e bisognoso: quanto ama Dio tale uomo. L'adultera è in questa situazione, noi siamo in questa condizione, ma non ce ne accorgiamo. Solo quando compiamo una forte azione di peccato la nostra intorpidita coscienza si sveglia. Che cosa fare allora? La sola cosa possibile: ricorrere all'amico dei pubblicani e delle prostitute, all'amico dei peccatori.

Chi sarebbe questo amico dei peccatori? E’ il nostro Dio, un Dio che è “sporco” e si è sporcato volutamente del fango della nostra miseria, un Dio che capisce il nostro cuore disordinato, la nostra testa confusa, le nostre gambe tremanti, il nostro viso rosso e bagnato dalle lacrime, un Dio che ha il coraggio di guardarci dritto negli occhi lucidi per il pianto e di dirci: “Io non ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più”. E’ un Dio “chiacchierato”, il nostro Dio, Egli non abita nel cielo, bello pulito e giudice. Il nostro Dio è un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Egli per noi morirà in Croce considerato peccatore. Egli è un Dio scandalo che ha come tabernacolo la Croce, Egli abita in tutte le croci degli uomini. Egli è un Dio scandalo che vive nello sudicio di una stalla: Egli ama lo sporco, lo va a cercare e trovatolo... lo porta via. O felice colpa! Solo l'uomo che ha sperimentato la colpa e l’ha riconosciuta ha la possibilità di capire Dio. E’ troppo facile volere bene a Dio quando non si compie peccato, siamo sullo stesso piano: Dio non ha peccato, io non faccio il male, sono buono, dunque è un mio diritto dialogare con Dio, e forse mi credo un po' Dio anch'io. Ma quando sono in mezzo al peccato e non riesco a venirne fuori, quando come un pazzo tento e ritenuto di essere migliore e mi ritrovo peggiore, allora ho davanti a me una scorciatoia per farmi santo, il riconoscere il mio peccato ed affidarmi non più solo alle mie forze, ma il mettermi tra le Sue braccia, perché mi sorregga, mi protegga, perché mi indichi la strada... Paolo, Agostino e Francesco hanno aperto questa porta della santità costituita dal loro peccato e sono diventati dei giganti della perfezione evangelica. Paolo è diventato San Paolo quando ha cominciato a ritenersi il più grande peccatore, un aborto. Agostino è diventato Sant'Agostino quando ha scritto le Confessioni e Francesco è diventato San Francesco quando per le strade di Assisi girava piangendo per essere il più grande peccatore mai esistito. «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute prendono il vostro posto nel regno di Dio» (Mt 21, 31; Lc 18, 9-14).

Domenica delle Palme
Anno A: ANCHE NEL TRIONFO UN INGRESSO DI UMILTA’
Is 50,4-7

Fil 2,6-11

Mt 26,14-27,66
"E' troppo, disse singhiozzando l'Innominato: “lasciatemi, monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v'aspetta; tant'anime buone, tanti innocenti tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, per sentirvi. E voi vi trattenete... con chi!”. “Lasciamo le novantanove pecorelle, - rispose il cardinale - sono in sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella che era smarrita. Forse Dio, che ha operato in voi il prodigio della misericordia, diffonde in quelle persone una gioia di cui sentono ancora cagione”. Così dicendo, stese le braccia al collo dell'Innominato, il quale dopo aver tentato di sottrarsi, e resistere un momento, cedette, come vinto da quell'impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale ( ... ). L’Innominato, sciogliendosi da quell'abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e alzando insieme la faccia, esclamò: “Dio veramente grande! Dio veramente buono! Io mi conosco ora...” La splendida pagina del Manzoni può veramente aprirci alla comprensione della Liturgia odierna. Il brano della conversione dell'Innominato ne' “I Promessi Sposi" è una delle più alte pagine scritte nella letteratura italiana. Celebriamo oggi, liturgicamente, l'ingresso di Gesù in Gerusalemme. E' un momento che, purtroppo, può ridursi a pura scenografia se non ci mettiamo alla scuola della parola di Dio per coglierne il messaggio di salvezza che ci coinvolge. Il primo aspetto che dobbiamo cogliere è nel notare come Gesù è il Messia, il Salvatore che è inviato a tutti e cerca tutti. Va a Gerusalemme, nel cuore stesso della roccaforte ideologica e spirituale dei suoi "nemici", e li cerca. Loro possono essere antagonisti di Cristo, ma Cristo non è loro ostile: Così dicendo, stese le braccia al collo dell'Innominato, il quale dopo aver tentato di sottrarsi, e resistere un momento, cedette, come vinto da quell'impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale. Ai suoi nemici continua a proporre la parola del Padre confortata da segni che la confermano; per loro piange perché deve constatarne il rifiuto. L'evangelista Luca nota questa amarezza di Gesù in un ingresso che, più che trionfale, è segnato dall'umiltà e quasi dal nascondimento.

La regalità del Signore è tale che ogni uomo, persino lo straniero (e lo straniero per l'ebreo era impuro), gli si può accostare con semplicità è confidenza, come avviene per l'Innominato nei confronti del Cardinale Federico Borromeo: “E' troppo, disse singhiozzando l'Innominato: 'lasciatemi, monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v'aspetta,- tant'anime buone, tanti innocenti tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, per sentirvi. E voi vi trattenete... con chi!”. "E la folla che lo precedeva e quella che lo seguiva gridava “Osanna al Figlio di Davide; benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell'alto dei cieli” (Mt 21,9). Mentre tutta la folla grida osanna, mentre si è giunti al momento culminante della storia, c'è chi non vuol capire e riduce Gesù ad un profeta che viene da Nazareth da cui, per comune opinione, non può venire mai nulla di buono (Gv 1,46). La gioia della festa è già amareggiata dal disconoscimento e dall'odio: accettazione e rifiuto s'intrecciano, la fede e l'incredulità si incontrano e si scontrano di fronte a Cristo. Egli rimane per sempre e per tutti, per la folla e per la "figlia di Sion" la proposta d'amore unica e definitiva del Padre: L'Innominato, sciogliendosi da quell'abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e alzando insieme la faccia, esclamò: “Dio veramente grande! Dio veramente buono! Io mi conosco ora...”.


Anno B: CRISTO, IL RE DISARMATO
Is 50,4-7

Fil 2,6-11

Mc 14,1-15,47
Zosima , monaco cristiano a Tiro in Fenicia, nel V secolo, ha lasciato le sue riflessioni spirituali sotto il titolo di 'Colloqui'. Diceva “Togli le tentazioni e nessuno sarà santo. Chi fugge e non vince una tentazione proficua, fugge la vita eterna. Chi ha procurato quelle corone ai santi martiri, se non chi li ha condannati? Chi ha fatto dono a Santo Stefano di tale gloria, se non quelli che l'hanno lapidato?”. E citava quel detto di Evagrio: “ Io non biasimo quelli che mi hanno accusato, li chiamo anzi miei benefattori. Temo che Cristo mi chiami e mi dica: 'Eri ammalato di vanagloria e io ti ho inviato il farmaco del disprezzo, perché tu fossi purificato, ma tu non l'hai voluto, l'hai rifiutato e così non sei guarito'. Impariamo dunque questo: nessuno dice la verità se non chi ci umilia”. (Parole dal deserto, ed. Qiqajon, Comunità di Bose 1992, Colloqui, 4, p.104). Con questo brano ci introduciamo alla meditazione della Settimana Santa, la settimana centrale nella celebrazione dell'Anno liturgico, tale evocazione ha nella liturgia della Parola la proclamazione della Passione del Signore. Assisteremo alla celebrazione dell'umiliazione del Signore. Se ci pensiamo bene celebrare un'umiliazione ha in sè qualcosa di scandaloso per il mondo e anche per noi. La mortificazione vuole sempre essere nascosta, dimentica, mai pubblicizzata e proclamata. Quando subiamo una sconfitta il primo nostro desiderio è quello di dimenticare, il secondo è quello di nascondere, di non far sapere, di non far conoscere. Oggi noi invece celebriamo un fallimento che da duemila anni viene proclamato a tutti gli uomini per indicare una strada di salvezza in un mondo disperato. Si deve però essere disposti a morire, come il chicco di grano nella terra, come ci diceva il Vangelo della settimana scorsa, ... come Gesù il Venerdì Santo. Proclamare l’annientamento di Gesù sulla Croce non deve trarci però in inganno, l'umiliazione di Gesù non ci è fatta conoscere per suscitare in noi pii atteggiamenti di commiserazione, per compatire, per commuovere il cuore. La salvezza non passa dalla commozione, ma dalla conversione, una conversione della nostra vita alla sottomissione. Solo l’annientamento di se stessi apre le porte alla salvezza, solo la sotomissione crea il cuore umile, non la compassione. Un amico l'anno scorso mi citava una frase in latino: 'Bonum mihi Domine, quia humiliasti me' (Roma, 7.1. 1993), Signore è bene per me che tu mi abbia umiliato: come è difficile percorre questa strada! Eppure... nessuno dice la verità se non chi ci umilia. Gesù chiede di essere adorato come Figlio di Dio, nel suo incredibile 'svuotamento', nella sua veritiginosa 'discesa', nella sua "condizione di servo”, nella sua solidarietà con la situazione degli uomini (seconda lettura). Cristo, oggi, e in questa settimana di Passione, pretende di essere riconosciuto come Re nella sua debolezza disarmata, nella sua accettazione della persecuzione, nel suo non opporre resistenza alla violenza, alle torture brutali, alle umiliazioni che gli infliggono i nemici (prima lettura). Il credente, perciò, secondo l'indicazione di Paolo, è chiamato a “piegare le ginocchia” di fronte a un Signore che si spoglia delle insigne del prestigio e del dominio, intraprende la carriera dello schiavo, e si fa obbediente, come ricordavamo la settimana scorsa, a un progetto che lo condurrà alla morte più infamante sulla Croce. Il “nome” che il cristiano invoca è un nome “malfamato” e disprezzato dalla gente che conta. Questo riconoscimento nella fede avverrà sul Calvario, in maniera sorprendente, quasi miracolosa: 'Il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare i quel modo disse 'Veramente questo uomo era Figlio di Dio' (Mc 15,39). Un pagano, dunque, fa la sua professione di fede, non nel momento esaltante del trionfo, ma nello “scandalo” della sconfitta. Un'esortazione : come il centurione, scopriamo l'identità di Gesù nel suo 'fallimento' sulla Croce ... solo allora sarà Pasqua!


Anno C: LO SCONVOLGENTE VANGELO DELLA SPERANZA
Is 50,4-7

Fil 2,6-11

Lc 22,14-23,56
"Vorrei fermarmi con ciascuno di voi a contemplare Colui che hanno trafitto e che attira tutti a sé (Cf Gv 19,37; 12,32). Guardando "lo spettacolo" della Croce (Cf. Lc 23,48), potremo scoprire in questo albero glorioso il compimento e la rivelazione piena di tutto il Vangelo della vita. Nelle prime ore del pomeriggio del venerdì santo, "il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra... Il velo del tempio si squarciò nel mezzo" (Lc 23,44-45). E' il simbolo di un grande sconvolgimento cosmico e di una immane lotta tra le forze del bene e le forze del male, tra la vita e la morte. Noi pure, oggi, ci troviamo nel mezzo di una lotta drammatica tra la "cultura della morte" e la "cultura della vita". Ma da questa oscurità lo splendore della Croce non viene sommerso; essa, anzi si staglia ancora più nitida e luminosa e si rivela come il centro, il senso e il fine di tutta la storia e di ogni vita umana. Con la sua morte, Gesù illumina il senso della vita e della morte di ogni essere umano” (Evangelium Vitae n.50). Ci accingiamo a scrivere il commento alla liturgia della Parola della Domenica delle Palme appena al termine della lettura della Enciclica Evangelium Vitae, l'Enciclica porta la data del 25 marzo 1995, Solennità dell'Annunciazione e costituisce un testo che il Papa affida alla Chiesa sul valore e l'inviolabilità della vita umana. Il lungo testo di 188 pagine e di 105 numeri è un testo di altissimo valore e potrebbe costituire un'ottima lettura nella Settimana Santa per la preparazione pasquale. Se non esiste la concreta possibilità di tempo per leggere tutto il lungo testo, suggerirei la lettura almeno dei numeri 50 e 51, tali numeri portano il seguente titolo: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto" (Gv 19,37); sull'albero della Croce si compie il Vangelo della vita. Prendiamo alcuni spunti di meditazione da questo testo. Prima di morire, Gesù prega il Padre invocando il perdono per i suoi persecutori (Cf. Lc 23,34) e al malfattore, che gli chiede di ricordarsi di lui nel suo regno, risponde: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso" (Lc 23,43). Colpisce sempre la figura del Buon Ladrone nel Vangelo di Luca. Scrutando il Vangelo e le parole di Gesù possiamo trovare il primo di tutti i santi. Oggi i santi vengono canonizzati al termine di un lungo processo dal Santo Padre. Anche nel Vangelo esiste una canonizzazione compiuta addirittura da Gesù. Questa canonizzazione non avviene sul monte della trasfigurazione, o nel giorno dell'ingresso trionfale in Gerusalemme la domenica delle Palme; non avviene in un momento di gloria per Gesù. Luogo della canonizzazione non è la bella basilica di S. Pietro. La persone dichiarate sante non sono Maria, Pietro, gli Apostoli e i discepoli... non sono le pie donne. Almeno in questo ci saremmo aspettati qualcosa da Gesù: un occhio di riguardo per la splendida Madre, per il Capo della Chiesa Pietro, o infine per il suo preferito Giovanni, e che dire di Giovanni il Battista?! No, niente di simile. La canonizzazione del Vangelo è la canonizzazione della misericordia, è la naturale conclusione della parabola del Figliol Prodigo, e della squallida storia dell'adultera. La canonizzazione avviene sul monte delle croci, il Calvario. E' un Gesù martoriato, picchiato e dilaniato che proclama santo un altro uomo torturato e crocifisso dal proprio peccato, ma che ha il coraggio di gridare "Ricordati di me quando sarai nel tuo Regno". A tale domanda Gesù risponde con la una singolare proclamazione di salvezza: "Oggi stesso sarai con me in Paradiso”. Il Vangelo che oggi ascoltiamo ci garantisce solo di una salvezza. La Chiesa ci garantisce la santità di Maria, degli Apostoli, dei discepoli, delle Pie donne, dei beati e dei santi. Gesù nel Nuovo Testamento ci garantisce la santità di un peccatore. Ancora una volta la Buona Novella della Pasqua ci sconvolge, il Testo Sacro si sente di dichiarare santo un uomo avvolto dal peccato. E' un Vangelo di grande speranza per tutti noi, è un invito a non disperare della salvezza, è un invito a confidare, mettendo tutto il nostro impegno, nella sua "pazza" misericordia. Gesù sulla Croce non scherza, e le sue Sette Parole sulla Croce sono per noi una grande certezza: se ce l'ha fatta il buon ladrone perché non ce la dovremo fare noi? Adoramus te Christe et benedicimus tibi quia per Sanctam Crucem tuam redimisti mundo.
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